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12.000 anni di Grotta del Genovese a Levanzo: è in buone mani?

Pubblicato il: 20 agosto 2014 alle 3:12 pm

Grotta del Genovese a Levanzo, tracce di estro umano di 12.000 anni fa

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Quando Levanzo (come Favignana) non era ancora un’isola, ma un ciglio estremo della Sicilia occidentale, gli uomini di quel tempo lontano avevano già individuato un suo anfratto come luogo di riunione e di culto, in cui emettere primordiali vagiti artistici.

Il mare poi avrebbe reciso il collegamento di terra con quella grotta, la quale si sarebbe ritrovata così su una nuova isola, non più la Sicilia ma una delle tre che compongono le Egadi, assumendo un giorno il nome di Levanzo.

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Ma neppure quell’apparente deriva marina fermò gli uomini dal recarsi nell’isola per lasciarvi tracce figurate della loro vita semplice divisa tra le pratiche della sopravvivenza e i sempre più evidenti afflati proto-religiosi.

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Quel luogo oggi lo chiamano Grotta del Genovese e raccoglie sulle sue pareti graffiti e pitture rupestri, vestigia dell’estro umano che partono da ben dodicimila anni fa. Alla fase finale del Paleolitico appartengono infatti i graffiti, mentre le pitture vengono fatte risalire alla fine del Neolitico, circa cinque o seimila anni fa.

“Incisioni, graffiti e dipinti preistorici raffiguranti cervi, bovini, cavalli, pesci e figure umane utilizzati rappresentano una documentazione archeologica inestimabile oltre che uno spettacolo assai suggestivo” promettono i proprietari della Grotta, i quali organizzano visite guidate al sito.

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Ci si può arrivare in barca oppure con un fuoristrada e già il percorso per giungervi è di per sé un’esperienza notevole.

Noi abbiamo scelto la via del mare che, tra spuntoni di roccia e piccole insenature, ci ha permesso di ammirare una parte della costa irregolare e sfuggente dell’isola.

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Una volta scesi dalla barca, si presenta molto affascinante il percorso a piedi per raggiungere la grotta…

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… una leggera salita tra blocchi di pietra e scampoli di verde, il tutto abbracciato dal mare limpidissimo.

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All’interno della grotta si accede soltanto grazie alla guida, solitamente il custode.

Abbiamo chiesto alla società che gestisce le visite se questo custode abbia una preparazione scientifica specifica: ci hanno risposto che non ce l’ha, “ma gli fanno sempre i complimenti” si sono affrettati ad aggiungere.

In effetti la visita appare ai turisti come piacevole e ben organizzata, anche grazie a qualche accenno istrionico della guida. In ogni caso, le condizioni in cui avviene la visita, ovvero il buio, il terreno incerto e i tempi di esposizione contingentati, non ti fanno venire voglia di fare domande troppo approfondite che richiederebbero una competenza archeologica.

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Unico vero neo dell’organizzazione sono i modi bruschi di chi cura la reception, sia quella telefonica che l’accoglienza fisica sul posto. Maniere frettolose e poco cortesi di cui abbiamo sentito dolersi i turisti in visita. Tuttavia la natura privata della gestione del sito scoraggia dal lamentarsi verso i diretti interessati, come si farebbe se invece si trattasse di un’istituzione pubblica.

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Si supera anche questo pur di godere della vista di “trentatré figure incise e un centinaio di figure dipinte”, rimaste per secoli sconosciute perfino agli abitanti di Levanzo, poiché “mai nessuno era penetrato tranne qualche furetto occasionalmente introdottovi per stanare i conigli”.

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Si deve alla curiosità di una pittrice fiorentina, Francesca Minellono, se oggi possiamo goderne: ebbe il coraggio nel 1949 di trascinarsi dentro la grotta a suo rischio e pericolo, per uscirne con la rivelazione di una scoperta straordinaria.

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Oggi quelle immagini ci raccontano l’ancestrale lotta dell’Uomo per la sopravvivenza, con il passaggio dalla caccia alla pesca seguendo i radicali mutamenti climatici, mentre emergeva il bisogno di credere agli idoli e di darsi forza attraverso arcaiche forme di ritualità religiose. In pratica esattamente come oggi, ma senza sovrastrutture.

Come si può verificare dalle immagini che abbiamo raccolto.

Carichi di ammirazione per quanto abbiamo visto, a mente fredda ci sorgono delle domande.

E’ congruo che un sito di tale enorme importanza collettiva appartenga a un privato e non allo Stato?

E’ plausibile che le visite non vengano condotte da esperti che siano titolati a parlare di argomenti scientifici come l’archeologia, l’antropologia, l’arte primitiva e la biologia marina?

Visto che le visite sono a pagamento, perché non ingaggiare magari un giovane laureato in archeologia che possa nel caso rispondere anche a domande molto approfondite su tutti gli aspetti della grotta?

Abbiamo condiviso queste nostre perplessità con qualche funzionario dei beni culturali, il quale ha ammesso che si tratta di incongruenze. Ma ci ha fatto notare che la Regione non avrebbe budget per procedere all’acquisizione del sito, né il potere di imporre chi debba condurre le visite.

Ci si deve quindi rassegnare al fatto che a Levanzo un pezzo della memoria storica collettiva dell’Uomo sia una questione privata.

Almeno per adesso.

Info: http://www.grottadelgenovese.it/index.php

 

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