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Al Museo Archeologico di Fratta Polesine (RO), le civiltà del Po antico

Pubblicato il: 19 settembre 2018 alle 7:00 am

Essenziale, ieratico, organizzato in maniera estremamente razionale ma capace di regalare emozioni, il Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, rappresenta un’eccellenza culturale di livello internazionale, grazie al suo essere basato soprattutto su reperti attinti da uno dei più rilevanti giacimenti preistorici che si conoscano.

Già la sede in via Giovanni Tasso 1 trasuda storia, trattandosi delle Barchesse della Villa Badoer, progettata da Palladio.

Il Polo Museale del Veneto  che lo gestisce con grande cura spiega che il museo “rappresenta l’esito di oltre quaranta anni di ricerche in Polesine, in particolare per quanto riguarda la tarda età del bronzo”, sottolineando che “i materiali esposti, sicuramente tra i più considerevoli in ambito europeo, sono riconducibili ai villaggi che popolavano l’antico fiume Po tra il XII e il X secolo a.C.: il nucleo di manufatti più importanti riporta al villaggio di Frattesina e alle due necropoli ad essa correlate rinvenute in località Narde e Fondo Zanotto”.

Manufatti scelti con apprezzabile parsimonia, attraverso il criterio della qualità e non della quantità, così da diventare ciascuno sineddoche di un aspetto socio-antropologico.

L’afflato pedagogico è ben assecondato da pannelli esplicativi anch’essi di grande essenzialità, capaci di illustrare un mondo o porzioni di esso con poche ma significative righe.

Perfettamente funzionale l’utilizzo di mappe, foto e disegni, capaci di sintetizzare a colpo d’occhio anche notevoli densità temporali.

L’esperienza di visita viene inaugurata dalla “presentazione dei principali siti del bronzo finale del territorio veneto e un approfondimento degli insediamenti lungo l’antico ramo del Po nell’età del bronzo”.

Le sale al piano terra sono quelle maggiormente incentrate sullo storytelling, offrendo una nitida narrazione “sulla vita e sulle attività che gli abitanti di Frattesina svolgevano durante la tarda età del bronzo”, a partire da quelle di sussistenza come agricoltura, caccia e pesca, ma anche “la preparazione e cottura dei cibi, la filatura, la tessitura, il gioco e gli elementi cultuali”, nonché i primi vagiti creativi nelle lavorazioni metallurgiche.

Vediamo così scorrere suggestioni materiche legate alla “lavorazione del bronzo, del piombo e dell’oro, dell’argilla, del vetro (senza eguali nel panorama europeo), dell’osso animale e del corno di cervo”, con la presenza “di materie prime di provenienza esotica (uova di struzzo, avorio e ambra)” che testimonia gli scambi commerciali e (quindi) culturali stimolati dalla realizzazione di oggetti di pregio.

Salendo al primo piano, l’esposizione sublima l’ambito della descrizione per ascendere a quello della suggestione.

Ci ritroviamo infatti in una grande sala interamente dedicata “alle necropoli rinvenute nel Fondo Zanotto, a 500 metri dall’abitato di Frattesina, e in località Narde a 600 metri dall’abitato antico, sulla sponda opposta del fiume”.

Il viaggio espositivo a questo punto si fa metafora dell’eterno divenire, poiché il percorso museale ha la medesima conclusione di quello umano, celebrando il fine vita attraverso la “ricostruzione di un contesto funerario, composto da un tumulo e da due sepolture ad inumazione provenienti dalle necropoli”, un’installazione “corredata da un video in computer graphic che rappresenta i momenti principali del rito funerario a Frattesina”.

Il tratto che conduce a tale ricostruzione è di raro impatto emotivo.

Un lungo budello che converge verso l’installazione, creando una fuga prospettica che ipnotizza lo sguardo e rapisce l’animo già turbato da un sapiente ed elegantissimo uso delle luci, precipitate in un gioco di luci e ombre dagli scatti geometrici repentini, tra il nero assorbente dei rivestimenti delle teche e gli spari luminosi delle vetrine, mentre le scene zigzagando sembrano risucchiare il visitatore in una suggestiva spirale architettonica.

Il susseguirsi di urne dalle forme simili crea un mantra funereo, una composizione che si fa salmodia visiva, armonica repetita iuvant che ribadisce ciò che l’Uomo tende a rimuovere fino a fuggirne.

I corredi delle sepolture e il richiamo al rito dell’incinerazione inchiodano l’osservatore al proprio essere vivente, costringendolo a una salutare riflessione su se stesso e sul senso del proprio stare al mondo.

I reperti così, lungi dal suggerire superstizioni ataviche, piuttosto affermano la grande dignità anche formale del respiro che si spegne, fin dalle epoche rappresentate.

Un raro esempio di museo che si fa componimento lirico, in cui la scansione delle teche assume la medesima musicalità del verso poetico.

Se la punteggiatura degli elementi espositivi sembra echeggiare il carme grafico apollineriano, la messa in scena terminale riprende lo scheletro come fonte di ispirazione, in una linea tesa tra Leonida di Taranto e Iginio Ugo Tarchetti.

Nel video che segue, gli appunti visivi raccolti durante la nostra visita al museo.

 

Info:  https://polomusealeveneto.beniculturali.it/musei/museo-archeologico-nazionale-di-fratta-polesine

 

Realizzato con il sostegno di C.I.F.I.R. – Consorzio Industriale Formazione e Innovazione Rovigo S.c.a.r.l.

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L'autore

Elisa Seelmann

Nata a Verona il 27 novembre 1997, da padre tedesco (Bamberg, Baviera) e madre veronese. Trascorre i primi due anni di vita in Germania nel paesino paterno crescendo bilingue, per trasferirsi poi, a partire dai tre anni di età, definitivamente a Verona, dove inizia gli studi. Consegue la maturità al Liceo Classico Europeo dell’Educandato Agli Angeli di Verona nel giugno/luglio 2016. Attualmente frequenta il primo anno del Corso di Laurea in Arti, Design e Spettacolo allo IULM di Milano.


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