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Bologna “la Turrita”: ecco perché si chiama così

Pubblicato il: 13 ottobre 2020 alle 3:00 pm

Uno degli epiteti coniati per Bologna è la Turrita, per via delle oltre 150 torri che svettavano in città tra il XII e XIII secolo. Parte integrante del tessuto urbanistico, le torri non rappresentavano soltanto un ornamento architettonico del nucleo medioevale, quanto il potere delle più illustri famiglie bolognesi. La forza e il prestigio del loro nome corrispondeva infatti alla grandezza e alla maestosità delle rispettive costruzioni, utilizzate finanche per scopi militari.

Le torri, oltre a tenere in auge l’onore e la fama dei rispettivi proprietari, costituivano cioè vere e proprie fortezze, bastioni inespugnabili per prevenire eventuali attacchi esterni e contrastare efficacemente dall’alto gli invasori, ricacciati indietro con pentoloni d’olio bollente o di pece.

Dall’età dei comuni l’urbanistica cittadina si è ovviamente ridimensionata, ma a ricordarne le dinamiche del passato sono rimaste le celeberrime Torri degli Asinelli e dei Garisenda, un altro degli emblemi della città assieme a Piazza Maggiore e al Nettuno.

Bologna la turrita 1

Entrambe furono erette, al pari delle altre, come emanazione del potere delle rispettive famiglie e rivestivano un ruolo militare strategico, fungendo cioè da sentinelle per gli eventuali avvistamenti dei nemici.

Bologna la turrita 2

Le due torri, entrambe pendenti, sorgono nel punto di ingresso della vecchia Via Emilia, snodo cruciale per l’intersezione di strade che conducevano all’antica cerchia di mura.

La Torre degli Asinelli si innalza solitaria nel cielo con i suoi 97 metri ed è percorribile grazie alla scalinata interna formata da quasi 500 scalini.

Una curiosa scampagnata, da sconsigliare però agli studenti in corsa per la laurea; leggenda vuole, infatti, che gli accademici inottemperanti non arriveranno mai a indossare la tanto agognata corona d’alloro!

Bologna la turrita 3

La Torre Garisenda, invece, con un’altezza di 47 metri è la minore e la più pendente delle due, nominata più volte anche da Dante nella sempiterna Divina Commedia, a riprova, probabilmente, dei suoi trascorsi bolognesi.

Qual pare a riguardar la Garisenda

sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, che ella incontro penda;

tal parve Anteo a me che stava a bada

di vederlo chinare …

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXXI, 136-140)

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