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Il flop di FICO a Bologna, tra troppa industria e scarsa autenticità

Pubblicato il: 3 marzo 2020 alle 7:00 am

Sei gennaio 2020, giorno della Befana che crea un piccolo ponte perfetto per i vacanzieri, ci attrezziamo di buon mattino per raggiugere il pubblicizzatissimo FICO, temendo una folla oceanica: tutto il contrario, perché la navetta che lo collega al centro di Bologna parte con soltanto noi a bordo, mentre una volta arrivati il gigantesco Parco appare vuoto e desolato, con pochissimi visitatori, diversi dei quali intenti a brontolare critiche e manifestare disappunto contro la qualità dell’esperienza.

E’ la fredda e spietata fotografia del colossale flop del progetto di Oscar Farinetti e della sua fame di grandeur, un disastro confermato da diversi articoli della poca stampa libera non assoggettata al tycoon, alcuni dei quali hanno paventato che l’insuccesso di FICO potesse affossare anche la politica locale che ha ciecamente (?…) sostenuto la creazione del Parco anche con investimenti consistenti, tanto che uno schieramento politico ha temuto ripercussioni negative dell’insuccesso di Fico nell’ultima campagna elettorale per le regionali, come sottolineato dal collega Carlo Cambi di Panorama in un articolo dello scorso gennaio (https://www.panorama.it/economia/fico-10-eataly-farinetti-flop-conti-bilancio).

Nato con la missione di rappresentare “il patrimonio della biodiversità agroalimentare italiana” racchiuso in un unico luogo in cui si proporrebbe di consentire ai visitatori di “conoscere ed imparare la cultura, le tradizioni e i mestieri che fanno del cibo italiano, il più rinomato nel mondo”, ha pensato di attrarre pubblico attraverso esperienze come “tour alla scoperta di coltivazioni, animali e fabbriche, corsi, giostre multimediali, e ristorazione”, senza però riuscire a fare breccia nella mente e men che mai nel cuore della gente.

Eppure la struttura si era ben organizzata per accogliere le folle. Oltre la squisita attenzione della navetta citata, appare ottima l’idea di mettere a disposizione delle biciclette dotate di ampio cestello per contenere le borse con gli acquisti, anche se poi la loro gestione all’interno presenta qualche aspetto farraginoso.

Eppure le intenzioni iniziali appaiono lodevoli, quando si viene accolti da un pannello che snocciola tutti i primati virtuosi della nostra nazione, da quelli retorici (“il Paese più bello del mondo”) ad altri maggiormente oggettivi (indicati 53 patrimoni Unesco, nel frattempo però cresciuti di due unità), poi cifre roboanti ripetutamente contestate dagli esperti e che quindi sarebbe il caso di non spacciare come dato oggettivo (“70% del patrimonio artistico mondiale”) e considerazioni più plausibili (“biodiversità ancestrale si è trasferita nella nostra cucina tradizionale”).

Ma è già l’ingresso a dare la prima avvisaglia urticante della vera essenza del progetto, poiché tutta la parete è sottoposta a sponsorizzazione, come se gli artigli dell’industria alimentare afferrassero Fico già dalla sua porta d’accesso.

E’ proprio questo aspetto che ha tolto qualsiasi credibilità a un progetto il cui acronimo contiene le iniziali di Fabbrica Italiana Contadina per poi risolversi agli occhi dei visitatori in una rassegna di loghi commerciali così asfissiante da divenire totalizzante.

Basta ascoltare i visitatori o meglio ancora leggere i commenti on line per capire quanto male sia stata accolta l’invadenza dell’industria nel Parco: forse i dirigenti di FICO si ritengono troppo intelligenti e tendono così a sottovalutare la capacità di riflessione altrui, quindi non hanno tenuto in considerazione che anche il pubblico meno attento potesse trovare respingente la presenza così massiccia di marchi commerciali, in cui appare clamorosa l’assenza del libero artigiano e del piccolo produttore che esuli dagli schemi militari spietati di consorzi, grandi gruppi alimentari e finanza.

Certo, è apprezzabile vedere qualcuno creare manualmente del cibo, ma questo sembra proprio non essere bastato a conferire credibilità a un ambiente dove a ogni passo sbuca un brand, uno slogan e un senso di plastificazione seriale.

A poco è valso anche che intorno alla struttura al chiuso si dipanino campi coltivati e stalle con animali, 20.000 mq. che rappresenterebbero “la più grande fattoria agroalimentare italiana”, per offrire un’occasione “per conoscere a fondo l’agricoltura e l’allevamento italiani”.

Si comprende la valida idea di partenza, si ravvede in ciò perfino il fioco lume di una buona intenzione, ma rimane la percezione del visitatore che valuta l’offerta come eccessivamente sbilanciata a favore dei gruppi industriali, impedendo che scatti l’empatia con FICO e raggelando il proprio sentimento verso l’iniziativa.

Cuore pulsante sono però le cosiddette fabbriche, termine così gravemente infelice per indicare la creazione del cibo genuino da gettare ulteriore discredito su chi ha lavorato al marketing di FICO, la cui capacità qui appare al punto più basso, non avendo analizzato i valori semantici del termine e la percezione di esso nel linguaggio comune.

Questo ambito comprende quaranta tra aziende e consorzi “che raccontano le eccellenze della filiera agroalimentare italiana dal campo alla forchetta”. Roboante (e fallace) la dichiarazione secondo la quale si tratterebbe dell’unico luogo al mondo “dove partecipare ad ogni passaggio e scoprire la lavorazione delle materie prime, fino alla creazione dei prodotti tipici italiani migliori”, un ricorso alla fake new molto grave perché afferma evidentemente una cosa non vera, visto che sono migliaia in Italia fattorie (vere), agriturismi, caseifici, salumifici e aziende agroalimentari che illustrano ai visitatori filiere complete di lavorazione e consentono loro addirittura di contribuire in prima persona alle lavorazioni.

In questo ambito la fabbrica più interessante e meglio curata è apparsa quella del Consorzio Mortadella Bologna IGP che nel proporre “la ricetta di tradizione bolognese” consente di assistere dal vivo “alle fasi più importanti della produzione della Mortadella Bologna IGP: insacco, legatura, la lenta cottura nelle apposite stufe ad aria secca fino a raggiungere i 70° al cuore, la docciatura e il raffreddamento”.

Mercati e botteghe, altre porzioni di FICO, non offrono nulla di diverso rispetto a qualunque supermercato, visto che ormai anche la grande distribuzione è attenta al pubblico gourmet e si è dotata di prodotti di nicchia.

Ritorna così il maggiore punto debole di tutto il progetto: un coro di critiche dal basso sottolinea proprio come i marchi siano gli stessi che si trovano nei supermercati o al massimo presso qualsiasi sede di Eataly, togliendo qualsivoglia originalità a tale mastodontica realtà nella quale nessuno avverte la presenza di un’anima. Anche l’utente con minori pretese intellettuali non manca di notare la freddezza di una proposta ordinaria che non riesce proprio a scaldare l’osservatore.

Fa sorridere in tutto questo la presenza trionfale di Fontafredda, cantina di vini commerciali che nei nostri test non sono andati oltre un giudizio di mediocrità, ma che essendo di proprietà di Farinetti viene proposta come se fosse un’eccellenza, apparendo come un vulnus all’onestà l’intellettuale che anche un’attività d’impresa deve ritenere sacra.

Naturalmente qualche buon acquisto ci scappa, come nel caso del negozio del Parmigiano Reggiano DOP dove si possono trovare le lunghissime maturazioni “fino ai 96 mesi e oltre”: abbiamo trovato il massimo punto di equilibrio per la degustazione a crudo nel 72 mesi, tempo limite affinché la trama casearia mantenga ancora la dovuta umidità che renda solubile il formaggio per godere appieno della complessità aromatica raggiunta.

Punto di maggiore interesse in assoluto, l’ampia area occupata dal Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena, modello che sarebbe stato auspicabile fosse seguito anche da altri espositori, poiché consiste in un lungo e fornitissimo banco nel quale vengono consentiti assaggi sapientemente guidati da personale addetto realmente competente.

Un’occasione questa sì preziosa per imparare davvero qualcosa e insieme affinare il palato, facendo cogliere sfumature sensoriali altrimenti difficili da comprendere e indirizzando così il potenziale cliente verso acquisti più consapevoli.

Per i poveri e qui bistrattati amanti della Cultura l’unica speranza di ricavare qualcosa di intellettualmente significativo è invece rivolgersi alle Giostre Multimediali, aree espositive annunciate come “un viaggio interattivo nella nostra storia”.

L’intento pedagogico basico è chiarito già sul sito, quando si dichiara che le giostre si propongono missioni piuttosto elementari come illustrare la scoperta del fuoco o fare capire in quale modo “siamo passati dalla vita nomade alla coltivazione della terra”, tutto all’insegna del “rapporto fra l’uomo e la natura”.

Le giostre multimediali sono sei e tutte promettono “linguaggio potente e suggestivo”, “percorsi animati”, “consultazione di tavoli interattivi”, “sorprese continue”, la solita prosopopea in stile Eataly destinata anche in questo caso a rivelarsi molto meno di quanto strombazzato.

All’interno di tali cupole espositive, cui si accede a pagamento, l’allestimento è quasi sempre minimale, scadendo spesso nella paupertà estetica che le luci non riescono a rischiarare…

… o nella banalizzazione infantile pseudo-disneyana, ben lontana dalla lezione di Munari…

… o peggio ancora nel riportare pedissequamente idee altrui, come le grandi bottiglie in legno già viste in alcune iniziative di CreativeAsti

… con uso del sistema dei diorami che non appare particolarmente felice e men che mai stimolante.

Alcuni sistemi di proiezione sono efficacemente suggestivi e qualche filmato risulta interessante, anche se certi video peccano di autoreferenzialità, essendo troppo incentrati su produttori che si autocelebrano…

… ma tutto viene ancora abbassato dal livello di alcuni testi apparsi poco eleganti nella tecnica di scrittura, oltre a evidenziare in certi casi delle imprecisioni imbarazzanti, come la confusione fatta in un pannello in cui nel titolo si parla di Astice mentre nel testo sottostante si cita l’Aragosta, creando un grave errore se ci si riferisce alla lingua italiana che distingue nettamente le due diverse specie, forse dettato da un gesto di sudditanza semantica alla lingua inglese che invece con il solo termine lobster definisce entrambi i crostacei insieme ad altri tipi ancora: un caso di anisomorfismo, descritto dalla Treccani come “fenomeno per cui due lingue differenti danno forma linguistica diversa agli stessi concetti, di modo che due segni con un ambito d’uso assai simile presentano spesso significati non perfettamente sovrapponibili”, in questo caso una genuflessione inaccettabile a un idioma straniero in un luogo che invece dice di volere valorizzare l’identità italiana, la quale dovrebbe partire proprio dal rispetto del rigore glottologico.

Le giostre multimediali buttano via così l’ennesima opportunità di contribuire a dare un senso più nobile a tutta FICO: in ogni caso, per l’ignaro visitatore, rappresentano una tappa imprescindibile dell’esperienza, con la loro suddivisione nelle sei tematiche L’uomo e la terra, L’uomo e il fuoco, L’uomo e il Mare, L’uomo e il futuro, L’uomo e gli animali, L’uomo: dalla terra alla bottiglia.

Valido invece l’aspetto ludico, perché si finisce inevitabilmente irretiti dai quiz che costellano le giostre…

… e da alcuni dei giochi didattici multimediali in esse presenti.

Se non istruzione, almeno se ne ricava qualche sorriso.

Sul piano dell’apprendimento paradossalmente offre di più un piccolissimo allestimento dedicato al grano, utile a informare anche i meno esperti sull’esistenza di diverse cultivar e sulle loro caratteristiche biologiche e organolettiche.

La ristorazione è un altro punto dolente.

Ricchissima la varietà, ma tutte le tipologie ricordano drammaticamente i ristoranti da centro commerciale o, nella migliore delle ipotesi, i locali della Fiera dell’Artigianato di Rho, la cui offerta gastronomica ondeggia tra le tipicità inevitabili e tentativi di alta cucina poco allettanti, mentre non mancano le catene che contribuiscono così a togliere ulteriormente originalità al luogo.

Potrebbe andare bene come primo ingresso alla ristorazione italiana per chi non ne dovesse avere alcuna conoscenza, vedi qualche straniero al primo viaggio nel nostro Paese, ma non risulta competitivo nell’Italia delle tante osterie e trattorie e dei molti locali davvero autentici che si trovano a ogni passo.

In questo caso forse un contributo del marketing sarebbe stato utile, almeno per mettere ordine in un ammasso di proposte che appaiono distoniche e frastagliate.

Per la nostra ristorazione abbiamo invece giocato semplice, riparando sul Mortadella Bar gestito dal Consorzio, per un’ampia e appagante verticale della specialità in tre sue consistenze, quindi a fetta sottile, a tocchetti e nella poco nota ma molto tipica declinazione emiliana in soffice e golosa spuma.

Da annotare comunque la presenza di diverse curiosità riuscite, come la riproduzione di uno stabilimento balneare con tanto di cabine e sdraio su vera sabbia…

… e un campo di calcetto che si può utilizzare davvero.

Interessante l’area della coltivazione idroponica, sia per una dimostrazione pratica di ciò in cui consiste, sia per la possibilità data al visitatore di partecipare personalmente all’attività, seguendola poi anche a distanza.

Da registrare anche il senso di scoramento di diverse persone che a FICO ci lavorano, sintono ancora più grave di fallimento.

Nell’area di un noto marchio, ci siamo presentati dicendo di volere assistere al programmato momento della presentazione annunciato anche pubblicamente, sia con gli annunci vocali che nei dépliant distribuiti all’ingresso. Abbiamo atteso per molti minuti che scoccasse l’ora dell’incontro fissato, dialogando anche con l’addetta stessa alla presentazione. Ma giunta l’ora dell’incontro, la stessa addetta si mette a fare la cassiera e preferisce servire i pochissimi clienti che si sono improvvisamente presentati invece di rispettare l’impegno annunciato.

Abbiamo provato a protestare e chiedere la ragione di tale comportamento, ma l’addetta, manifestando grande senso di stanchezza e totale assenza di piacere di lavorare, ci ha risposto “sì, vabbè, loro scrivono che ci sono questi incontri, ma poi… noi qua siamo sempre meno, perché c’è meno gente, non possiamo fare tutto”, sancendo quindi uno stato di crisi che sta toccando gangli vitali dell’organizzazione.

La sensazione finale è di un’occasione persa per mettere insieme ai massimi livelli cultura e divertimento, industria e artigianato, ragioni commerciali con poesia bucolica: ma per fare ciò ci sarebbe voluta ben altra sensibilità e umanità in chi ha ideato e governa il progetto, magari mettendo da parte autocelebrazione e famelica ricerca del profitto a favore di una responsabilità sociale d’impresa che non può esaurirsi soltanto con il restauro di un’opera d’arte ma deve essere praticata quotidianamente.

Oppure sarebbe bastato studiare davvero il settore culturale e capire che il turismo industriale è in crescita, tanto magari da spingersi a un atto di reale trasparenza e definire FICO perciò che è davvero, un parco dell’industria alimentare, dichiarando il dominio dei poteri forti di chi fabbrica il cibo ma non per questo scadendo di interesse. Basti pensare alla vitalità dei musei d’impresa, molti dei quali offrono proprio visite esperienziali nelle strutture espositive di aziende commerciali, in cui viene spiegato come si fanno le cose e in alcuni casi si consente ai visitatori di realizzare prodotti con le proprie mani.

L’industria non è il demonio, se si limita a fare l’industria senza invadere campi che non le competono, come il poetico ambito agropastorale che va rispettato sempre in maniera sacra, senza tentare goffamente di fagocitarlo.

Visto che sappiamo bene di vivere in un mondo dominato dagli schemi del capitalismo, allora FICO potrebbe guadagnare piena credibilità  raccontandoci ciò che conosce davvero, ovvero il mondo dell’Industria, con i suoi meccanismi che potrebbero rivelare quanto di virtuoso possa risiedere anche dietro un brand e una strategia di mercato: a quel punto sì che saremmo felici di tornare, perché sentiremmo rispettata la nostra capacità di discernere tra un progetto credibile e una furbata mal riuscita.

Info: https://www.eatalyworld.it/it/

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