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Il dolmen di Sciacca (Agrigento): alle origini della storia dell’Uomo

Pubblicato il: 3 gennaio 2017 alle 2:57 pm

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Il dolmen è un tipo di tomba megalitica preistorica a camera singola e, insieme al sito di Stonehenge in Gran Bretagna, costituisce il più noto tra i monumenti megalitici. La realizzazione dei dolmen viene inserita nell’arco di tempo che va dalla fine del V millennio a.C. alla fine del III millennio a.C..

Molti esempi di questo tipo, o con temi architettonici più evoluti, sono stati ritrovati anche in Europa. In particolare si possono trovare nel Regno Unito, in Irlanda, in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo e in Italia (precisamente in Sardegna, in Puglia, in Sicilia).

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I dolmen si presentano spesso sotto l’apparenza di semplici tavoli, che per lungo tempo hanno fatto pensare a degli altari pagani. Si tratta, invece, di camere sepolcrali e di gallerie di tumuli.

I dolmen erano delle sepolture collettive riutilizzabili. Questo spiega perché, in certi dolmen, si sia potuto scoprire resti umani di molte centinaia di individui e di corredi funerari appartenenti di differenti periodi (Neolitico, Eneolitico, Età del Bronzo, del Ferro, o persino periodi più tardi).

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Un po’ somiglianti alle nostre sepolture gentilizie, i dolmen potevano servire ben più a lungo di quanto si faccia oggi e sicuramente alcune tombe sono state utilizzate per secoli. Il termine sepoltura collettiva non implica necessariamente che si trattasse di una tomba per tutti: vista l’esigua quantità di resti umani rinvenuta in alcuni dolmen di grossa mole – veri e propri monumenti di prestigio- ci si può chiedere se alcuni di essi non fossero riservati a un gruppo privilegiato della comunità.

Quanto al tumulo, esso non aveva solo la funzione di proteggere la camera funeraria ma senza dubbio anche quella di segnalare, forse addirittura di ostentare la sua maestosità: un grande tumulo rivestito e pareggiato, imponeva la sua massa al visitatore e doveva ispirare rispetto per il luogo e conferire sicuro prestigio alla comunità che lo aveva eretto.

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Il ritrovamento di una struttura rituale megalitica di tipo dolmenico, ubicata nel territorio di Sciacca, rappresenta di certo valore culturale e storico, un significativo contributo alla valorizzazione del patrimonio archeologico del territorio saccense e siciliano.

L’area, nella quale abbiamo individuato la presenza di una struttura megalitica preistorica, risulta collocata nella parte est del territorio di Sciacca in contrada Galenzo Aquilea-San Giorgio.

L’intera zona, che da decenni viene riconosciuta come sito interessato dalla presenza di rinvenimenti archeologici (il Dolmen Politi-Drago, già Fimmina morta, è distante circa un chilometro), è ubicata a sud-est del Monte San Calogero, luogo preistorico di enorme valore archeologico.

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Del Paleolitico nel territorio di Sciacca abbiamo modeste testimonianze; certamente, quando gli effetti della glaciazione del Wurm si estinsero definitivamente, i territori della Sicilia ed anche quelli in oggetto che si affacciano sul Mediterraneo, furono penetrati dall’uomo Sapiens con facilità, trovando aree molto adatte alla sopravvivenza delle antiche popolazioni che incontrano una fauna ed una flora adeguate alle quelle necessità primordiali.

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Nell’Isola il megalitismo evidenzia da un lato le peculiarità complessive legate a riti sepolcrali e a credenze religiose portate dal movimento migratorio dal Nord Europa verso il Sud, come evidenzia in modo puntuale lo studio di D. Stomati, ma anche da altre angolazioni un certo assorbimento ad integrazione con la cultura religiosa autoctona.

Il megalitismo dolmenico presenta in Sicilia poche decine di evidenze. A questo proposito osserviamo che, nel contesto nazionale, solo in Puglia e in Sardegna, aree geografiche, per le loro peculiarità sismiche notoriamente poco colpite da violenti terremoti, sono ancora numerose le presenze dei dolmen. Crediamo, pertanto, che questo non sia solo una casualità.

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Sicuramente, anche, un acuto ed avanzato stato di antropizzazione del territorio non ha favorito, in genere, la sopravvivenza di queste antichissime strutture, che, peraltro, a differenza delle tombe ipogeiche, presentano una notevole monumentalità e risultano, pertanto, più esposte a manomissioni, incursioni o danneggiamenti, talvolta irreparabili, che determinano la loro scomparsa dal territorio che le ha ospitate per migliaia di anni.

La scoperta del dolmen di contrada Galenzo Aquilea-San Giorgio contribuisce certamente ad arricchire ulteriormente il già significativo patrimonio archeologico della città di Sciacca, ma anche dell’intera Sicilia.

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(Franco Lo Bue e Primo Veneroso davanti al Dolmen scoperto)

Sono, infatti, poche decine i dolmen presenti nella nostra Isola; più precisamente nella parte occidentale ne sono stati individuati solo due, uno a Mura Pregne, alle pendici del monte Castellaccio (Termini Imerese) e un altro a Sciacca, anche questo in contrada Gelenzo-Aquilea, denominato Politi – Drago, ad un chilometro circa a sud-est dalla struttura dolmenica in oggetto di cui solo oggi viene rivelata l’esistenza.

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Si accede al sito in oggetto dalla strada statale Sciacca – Agrigento, all’altezza dello svincolo che porta in contrada San Giorgio, da qui percorrendo una stradella laterale, all’incirca in corrispondenza di un cavalcavia, ci si immette in un’area che in modo diretto evidenzia la struttura arcaica megalitica.

Il sito, che ospita il dolmen, si colloca in una ristretta area di circa 400 mq con una forma poligonale irregolare.

In questo posto remoto dell’isola sembra che il tempo si sia miracolosamente fermato. I pochi insediamenti abitativi, posti ad alcune decine di metri non hanno completamente compromesso o alterato il fascino del luogo, che resta quasi intatto.

 

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L'autore

Francesco Lo Bue

Francesco Lo Bue (Sciacca, 21/04/1950), geologo, libero professionista.
Si è laureato presso l’Università di Palermo in Scienze geologiche con una tesi sperimentale su Geografia termale della Sicilia. Nei primi anni ’80 si è occupato della figura e delle opere di Filippo Bentivegna di cui ha curato una mostra ed il volume Filippo Bentivegna, ed. ARCI, acquisendo contributi critici di Ludovico Corrao, Franco Solmi, Pietro Consagra e altri. Ha curato nell’86 la riedizione di Sciacca, notizie storiche e documenti ed è stato il curatore editoriale di Sciacca una volta di Filippo Chiappisi, I edizione, 1994.
Ha rinvenuto alcune presenze dolmeniche nel territorio di Sciacca, pubblicando (2011) sul periodico dell’Ordine Regionale dei Geologi di Sicilia: La scoperta di una struttura megalitica “dolmen” in c.da Galenzo-Aquilea, Sciacca. Ha inoltre pubblicato un pamphet nel 2011, ed. CdS, con annesso un testo introduttivo di Sebastiano Tusa dal titolo Il Dolmen di Sciacca. Ha recentemente dato alle stampe, coautore con il prof. Luigi Lo Bue, Da Al Shaqqiyyin ad Al Shaqqah. Le origini dalla città di Sciacca e del suo toponimo.
Attualmente si occupa del fenomeno carsico-termale del monte Cronio con la individuazione del possibile vero accesso alle grotte termali, presenze dolmeniche a Sud del Cronio, dinamica evolutiva della formazione delle manifestazioni vaporose (in fase di pubblicazione).


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