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Il Gran Moravia: un formaggio dell’altro mondo

Pubblicato il: 3 luglio 2019 alle 3:00 pm

Un altro mondo geografico. Un altro mondo produttivo. Un altro mondo imprenditoriale. Un altro mondo culturale. Sarà questo suo essere “altro” che ha portato il Gran Moravia a sollevare un “mondo” di polemiche. Il gusto tutto italiano per la diatriba ha però portato a distrarsi dal gusto tutto suo di questo formaggio: bocche aperte così più per dar fiato ad attacchi verbali, anziché aprirle per assaporare il prodotto e giudicarlo per quel che è.

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Ed è un formaggio. Ma non esattamente come gli altri. Perché è un prodotto caseario che si porta dietro concetti evoluti di produzione e istanze culturali che hanno sconcertato i puristi della disciplina alimentare. I disciplinari di produzione hanno elevato la qualità media di ciò che mangiamo e beviamo, garantiscono i consumatori, dicono i sostenitori, mentre secondo altri possono creare omologazione, perché con i loro paletti impedirebbero un’eccellenza fuori dagli schemi. Per questo ci sono dei produttori che i disciplinari li rifiutano, per il gusto di essere liberi e unici.

Il gruppo Brazzale che produce il Gran Moravia sarebbe dunque indisciplinato? Secondo i consorziati del Grana, sì, lo sarebbe, perché ha avuto l’ardire di andare a produrre all’estero un formaggio che rientrerebbe in una tipologia tipicamente italiana, il Grana. Il gruppo Brazzale non la pensa così e vede invece nella possibilità di produrre all’estero un segno di progresso.

Grana o progresso, dunque? Siamo andati a indagare, fino in Moravia.

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Partiamo dalla vexata quaestio.

Non parliamo di una polemica di cortile, ma di ampia diffusione, visto che è divampata anche sui quotidiani nazionali.

A riprenderla più volte è stato Affari e Finanza, inserto del quotidiano la Repubblica, il quale ha così sintetizzato la vicenda il 29 ottobre del 2012, partendo da un’intervista proprio a Roberto Brazzale: “la famiglia è stata tra i fondatori del Consorzio del Grana Padano. Ora produce in Moravia ed è guerra con gli altri produttori. Ecco le sue ragioni: “in Italia la terra è finita e esportare know how non è delocalizzare”. […] Un gruppo di tutto rispetto che tra formaggi e burro, venduti in mezzo mondo, arriva a fatturare 180 milioni di euro l’anno. Sei marchi (Verena, Alpilatte, Burro delle Alpi, Gran Moravia, Zogi e Silvopastoril), stabilimenti produttivi in Italia, Repubblica Ceca e Brasile, i Brazzale hanno lanciato una pietra nella piccionaia, già agitata, dell’agricoltura italiana delle nicchie, dei Dop e dei chilometri zero: quello di produrre con know how italiano, ma fuori dall’Italia, un formaggio di qualità, a prezzi ridotti, filiera ultracertificata. Ne è nato un putiferio”.

 

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Il “putiferio” di cui scrive la collega giornalista Alessandra Carini purtroppo sta distogliendo l’attenzione dalla cosa principale, la qualità dei formaggi prodotti dalla Brazzale.

Si sta parlando di regole, norme, parametri, ma il gusto? I metodi di produzione? Il riscontro dei consumatori?

Proviamo a raccontarveli noi, andando nel luogo in cui tutto ciò avviene, così presentato dall’azienda che “dal 2003, nella città di Litovel, in Moravia, produce il formaggio Gran Moravia, stagionato poi in Italia, a Zanè, oltre a burro, formaggi freschi e paste filate, tutti realizzati con il latte della Filiera Ecosostenibile Brazzale, che nel 2011 ha ottenuto la certificazione di tracciabilità secondo le norme UNI EN ISO 22005:2008. E’ nell’area agricola più fertile e incontaminata della Repubblica Ceca che nasce Gran Moravia, in una pianura solcata da sorgenti d’acqua pura, circondata da dolci colline e incantevoli montagne, boschi e parchi naturali. La Moravia è una regione dalle nobili tradizioni agricole dove da millenni l’uomo trae dalla terra e dal sole i frutti più straordinari”.

Il paesaggio descritto appare davanti ai nostri occhi appena superato il confine con l’Austria, entrando in Repubblica Ceca. Siamo su un pullman con un gruppi di addetti ai lavori invitati a conoscere la realtà dell’azienda: in sottofondo, potete ascoltare brevi frasi estrapolate dal commento al viaggio proprio di Roberto Brazzale.

Sempre sulla Repubblica venivano forniti questi dati: “15 mila mucche pascolano, beate, su dolci colline verdi tappezzate di fiori e irrigate naturalmente dalla pioggia che fa crescere il foraggio. Ogni capo ha a disposizione, in media, 5 ettari, viene allevato con stabulazione libera o con un cuccetta individuale, nelle 70 fattorie che costituiscono un comprensorio. Nel complesso si producono 380 mila litri di latte al giorno”.

In effetto il maggior vanto dei Brazzale riguarda l’alta qualità dell’allevamento di bovini in questo territorio: raccontano di essere rimasti colpiti dalla vastità dei pascoli, dal pregio delle razze, dalla cura con cui i capi vengono tenuti in stalla e alimentati, da dimensioni e funzionalità delle aziende agricole che producono il latte.

Ciò sarebbe alla base di un latte di qualità superiore, in grado di contribuire al valore organolettico dei prodotti caseari che ne scaturiscono. “Peccato che tutto questo paradiso non si trovi in Italia ma in Moravia, regione della Repubblica Ceca da cui il formaggio prende il nome per essere venduto anche in Italia”: così chiosa l’articolo citato. Ma si tratta davvero di un “peccato”? O di un’opportunità?

Andiamo a conoscere la Moravia.

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