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Ristorante di Casa Artusi, la nostra storia in tavola a Forlimpopoli

Pubblicato il: 25 dicembre 2018 alle 3:00 pm

Se un ristorante si colloca all’interno di una istituzione culturale come Casa Artusi di Forlimpopoli, è evidente che ne sposa l’afflato culturale.
E di intensa, indimenticabile esperienza culturale si deve parlare per il Ristorante Casa Artusi. Dai gestori ai camerieri, chiunque vi lavori ha mandato a memoria ogni singola pagina del volume La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi: non in maniera acritica, bensì con la capacità di argomentare ogni singolo passaggio della prosa artusiana e approfondirne il messaggio.

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All’ingresso senti la solennità di un tempio della gastronomia unico nel suo genere, dalla cura degli ambienti a quel tomo dell’Artusi aperto su un leggio che ti lascia presagire imminenti meraviglie. Un consiglio, mettetevi a tavola con a fianco una copia del libro di Artusi, magari la versione tascabile senza commenti: quindi divertitevi a ordinare i piatti tratti dalle ricette in esso contenute e, una volta che avrete davanti la pietanza, mangiatela mentre divorate con gli occhi le parole dell’Autore. Esperienza unica, pieno godimento simultaneo della gola e dell’intelletto.
L’attenzione per i particolari è sacra, riguarda perfino il vasellame, disegnato dagli stessi gestori ad hoc per ogni singola portata: è stato fatto realizzare dagli artigiani della vicina Faenza che con la loro maestria ne hanno fatto una delle capitali della ceramica.

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In apertura, potrebbero portarvi uno Sformato di funghi (ricetta n. 452 del volume di Artusi) porcini con fonduta di Parmigiano Reggiano Dop: incredibilmente buono, è come se i profumi dei prati di Romagna vi si sciogliessero in bocca come crema.

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Non fai in tempo a riprenderti che vieni assalito dalla deliziosa croccantezza delle Bombe composte (ricetta n. 184), con il loro caldo ripieno di formaggio e mortadella.

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In mezzo potrebbero spuntare anche i Crostini ai capperi (ricetta n. 108), in cui la sapidità estrema viene bilanciata dalle note dolci di uvetta e canditi. Intanto, non fate raffreddare il pane fatto in casa con le proprie mani dallo chef: spiccano le schiacciate di pasta di piadina. Potreste approfittare di questo momento per provare l’olio extravergine di oliva della Tenuta Pennita di Monte Poggiolo, di grande personalità tutta da scoprire (www.lapennita.it).

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E’ tempo di prendere in considerazione che in Romagna c’è anche la cucina di mare. A ricordarcelo sono i Filetti di sogliole col vino (ricetta n. 466) con insalatina di valeriana e pesto di olive taggiasche: buoni anche come entrata, la loro particolarità risiede nella preparazione e nella compattezza; “un piatto di molta comparita” lo definisce Artusi e aveva proprio ragione.

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Il pesce torna a fare capolino nelle prime portate. Gli Spaghetti colle acciughe (ricetta n. 100) sono un vero piatto domestico, semplice, onesto, piacevole.

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Sconvolge invece l’impatto con i particolarissimi Ravioli a uso di Romagna (ricetta n. 98): privi di ripieno, qui l’impasto non è in velo, bensì un blocchetto carnoso che li fa brillare di luce propria per densità e corposità.

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Si passa alla carne con il Petto di vitella di latte ripieno (ricetta n. 326) con Zucchine alla sautè (ricetta n. 379): il primo ha una trionfale consistenza, mentre le seconde sono croccanti e hanno un sapore sbilenco che conquista.

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I dolci sono i fuochi d’artificio che chiudono la festa.
Gli gnocchi di latte (ricetta n. 699) con Pesche Nettarine di Romagna sono semplicemente strepitosi, ma non è da meno il Budino di Ricotta (ricetta n. 663) fatto con la materia prima del vicino caseificio Mambelli di Santa Maria Nuova di Bertinoro: la loro squisita Ricotta di Romagna è ottenuta dal latte e non dal siero.

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Per una simile sbalorditiva meraviglia, è necessaria la mano di un grandissimo artista vestito da chef: appartiene al sopraffino Andrea Banfi.

I VINI TERRITORIALI DEL RISTORANTE CASA ARTUSI

I vini proposti dal locale meritano un capitolo a parte. E’ vivamente consigliato rimanere il più vicino possibile al circondario di Forlimpopoli, con le sue diverse aziende che lavorano con amore le uve territoriali. A guidarvi sarà con immensa gentilezza pari alla competenza la sommellier Jamila Khaled: ha una conoscenza sterminata dei vini del territorio (e non soltanto), tale da potervi accompagnare dai più reconditi terrori forlivesi, fino alle striminzite produzioni di microscopici appezzamenti di terreno vitato coltivato in qualche fazzoletto di Romagna.

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Sugli scudi, le aziende di Bertinoro, centro così vicino da condividere la stazione ferroviaria con Forlimpopoli. I produttori locali vantano fieramente le radici storiche della loro vitivinicoltura. Come l’azienda Celli, molto presente nella carta del Ristorante Casa Artusi, la quale nel proprio sito ricorda che “nel 1968, il ritrovamento di anfore Romane atte al trasporto del vino, nella zona di Bertinoro, esattamente in Località Casticciano, fa presumere che già a quei tempi esistesse una florida produzione di vini che erano spediti attraverso il porto di Rimini, all’epoca il più importante dell’Adriatico”.
Il nostro percorso di degustazione si è aperto proprio con una produzione di Celli, non la più memorabile, il Rustichello, 60% Trebbiano e 40% Albana, così tenue da non rimanere impresso. Ma l’azienda di Bertinoro si rifà subito, salendo decisamente di intensità con I Croppi, un Albana secco debole al naso ma di grande corpo. Caratteristiche opposte a un altro Albana secco, Selva, i cui profumi arrivano intensi e vari. E’ tempo di immergersi nel fascino raro quanto la sua fama del Pagadebit, nella versione Campi di Fratta, piccolo capolavoro di sapienza antica ancora di Celli: la sua acidità ti provoca ed è difficile resistere a ricolmare il bicchiere.

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La scoperta più clamorosa è però rappresentata da un vitigno autoctono di queste parti, dal nome ben curioso, ancora poco noto fuori dai confini in cui si produce: il Famoso. Il sito dell’Enoteca Regionale dell’Emilia Romagna lo racconta così: “chiamato anche Uva Rambela, è un vitigno la cui presenza in Romagna è documentata dal 1800, e che, dopo un periodo di abbandono, nell’ultimo decennio è stato riscoperto. Attualmente coltivato nelle zone di Forlì, Bertinoro, Faenza, Brisighella e Bagnacavallo, se ne ricavano vini caratterizzati dagli aromi intensi simili a quelli del Moscato, con note fiorali dolci, di frutta matura, esotica e frutta essiccata. Il primo documento che cita il Famoso è rappresentato da una tabella del dazio comunale di Lugo di Romagna (Ravenna), datata 1437. […] al limite dell’estinzione, nel 2000 venne individuato in due vecchi filari sulle colline di Mercato Saraceno (Forlì-Cesena), il cui proprietario lo indicava, per l’appunto, con il nome Famoso. Oggi è prodotto in piccoli appezzamenti da produttori che hanno visto in questo vitigno un patrimonio di aromi e di biodiversità da valorizzare”. Jamila, per farcelo scoprire, ci ha fatto provare il Vip La Sabbiona, classificato come Famoso IGT Ravenna: di incredibile delicata personalità, è sapido, minerale, suadente, insomma, strepitoso.

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Per i rossi, da citare almeno il Sangiovese Le Grillaie di Celli, delicato, niente legno, con deciso ritorno al frutto.
Il dolce pretenderà un sontuoso Albana Passito Roccaia di Uva delle Mura, da fare seguire da un bicchierino di Grappa Albana Monovitigno Celli che sigla alla grande la fine del pasto.

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