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La Mafaldineria a Catania: idea buona, gestione da correggere

Pubblicato il: 30 settembre 2019 alle 7:00 am

L’idea di un format di ristorazione interamente dedicato a una singola specialità della gastronomia regionale povera è in sé valida, poiché in sintonia con una tendenza sempre più diffusa nella ristorazione odierna: malgrado l’intuizione però La Mafaldineria a Catania rivela alcuni aspetti da mettere a punto per potere esprime al meglio l’intuizione di partenza.

Il locale gode di una collocazione molto strategica, trovandosi nel cuore della centralissima via Etnea, al numero 199, presentandosi negli arredi e nell’impostazione generale come un classico esercizio di street food, con sedute essenziali e spazi spartani anche all’aperto.

L’offerta ruota intorno alla tipicità che dà il nome al locale, la Mafalda, tradizionale sinuosa e singolare forma di pane siciliana costellata di semi di sesamo, uno di quei prodotti da forno da consumare rigorosamente freschissimi.

Trattandosi di un pane particolarmente goloso, la proposta risulta subito allettante agli occhi dell’avventore, soprattutto quando le lavagne informano della presenza di ingredienti che appaiono particolarmente rari e seducenti, come la mortadella di bufala o di asina. L’iconico insaccato è infatti una farcitura ideale per la mafalda, se poi proviene da carni insolite rappresenta allora un irresistibile richiamo per il cliente gourmet.

Proviamo a chiedere maggiori informazioni sui produttori di queste versioni particolari di mortadella, ma incontriamo il primo ostacolo: la responsabile del servizio presente in quel momento riesce soltanto a dirci che la provenienza è siciliana, senza riuscire a fornirci maggiori dettagli sui metodi di lavorazione, doverosi se si espone un’altra lavagna in cui si legge “la mafaldina gourmet”.

Per quanto sia ormai abusato, il termine gourmet pretende alcune attenzioni imprescindibili, come il fornire informazioni precise e complete ai clienti, citando i produttori di ogni singola materia prima, consentendo una tracciabilità di ciascun prodotto trattato, operando una narrazione ricca dei processi di realizzazione di materie prime e pietanze, arricchita da spiegazioni sul loro valore socio-antropologico.

Altri possibili condimenti annunciati sono lattuga, pomodoro, cipolla agrodolce, olive, caciocavallo, formaggio cheddar, caponata, mozzarella, scamorza affumicata, parmigiana, mentre tra le ricette si segnalano tonno rosso, pesce spada e diverse declinazioni della carne di cavallo.

Noi optiamo proprio per la mafaldina con la mortadella particolare, testando sia quella di asina che di bufala, abbinate in entrambi i casi a melanzane grigliate e pepato fresco.

Il risultato è stato inferiore alle attese: due buone preparazioni ma che non emozionano, per la mancanza di qualche ingrediente che legasse i componenti, mentre i condimenti presenti finiscono con l’attenuare i sentori dell’insaccato.

Non è andata meglio con la Mafaddina siciliana alla norma con melanzana, ricotta salata, pomodoro e basilico: anche in questo caso, piattezza dei sapori.

Bisogna ricordare che caratteristica fondamentale del cibo di strada è offrire sensazioni organolettiche forti, puntando con decisione alla golosità netta e accesa, mentre in questo caso si rimane in un’espressione del gusto media, senza picchi.

Si spera allora di recuperare con i tanto promossi coppi di pesce fritto che promettono letteralmente “calamari, paranza e gamberetti”, ma quando arrivano abbiamo una brutta sorpresa: il pesce azzurro c’è, ma di calamari e gamberetti nessuna traccia.

Facciamo notare l’incidente al gestore che in un primo momento prova a minimizzare l’accaduto. Sottolineiamo allora che è molto grave sostituire una pietanza dal costo elevato con una che invece ha un valore molto inferiore, poiché è evidente che il pesce povero ha un prezzo d’acquisto ben più basso dei molluschi e dei crostacei. Il gestore non può che abbozzare e ammettere l’errore, scusandosi. Tuttavia come unica riparazione offre un giro gratuito di amari, invece di agire secondo prassi, ovvero abbassando il prezzo della pietanza servita e riconducendolo ai giusti parametri.

L’episodio fa calare il gelo sul nostro tavolo, perché le persone coinvolte si sentono a questo punto poco considerate, mentre emerge una lacuna evidente nella professionalità del posto che ha messo decisamente a disagio.

La pessima gestione dell’inconveniente ha trasmesso anche una cattiva immagine del progetto, come se dietro ci fosse approssimazione e non solido mestiere. La simpatia e l’umanità dello stesso gestore hanno in parte mitigato la delusione, lasciando però una spiacevole sensazione finale.

Tutti gli avventori del nostro tavolo, ben cinque persone, hanno espresso delusione per l’esperienza, sia per i sapori poco avvincenti che per il trattamento.

Dispiace perché così non si valorizza un valido spunto imprenditoriale che comunque registra punti a suo favore nella scelta di alcuni prodotti, come le gradevoli birre artigianali Amurusa, prodotte dal microbirrificio Namasté di Aci Catena, in provincia di Catania.

Con delle correzioni profonde e maggiore attenzione nella direzione, il locale potrebbe invece diventare una tappa originale del percorso enogastronomico di una città già ricca di opzioni.

 

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