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Le fiere di settore, opportunità o costosissime perdite di tempo?

Pubblicato il: 15 maggio 2017 alle 7:00 am

Ogni anno che passa le fiere di settore sono sempre peggio ed alla fine mi ritrovo a fare gli stessi identici pensieri dopo lunghissime (ed inutili) peregrinazioni fra uno stand e l’altro.

Oggi mi sento di porre qualche domanda a quelle aziende piccole e grandi che ogni anno popolano questo tipo di eventi.

1) Per quale motivo spendete decine di migliaia di euro per uno stand e poi non avete dentro dei commerciali in grado di chiudere un maledetto contratto di fornitura?

Da uomo non posso che adorare lo stuolo di biondine mezze nude che lo circondano, cosa che mi provoca un sano torcicollo a fine fiera, ma non faccio 700 km per questo. Abbiamo parecchie belle ragazze anche a Milano, lo sapete vero?!

2) Vendi food e beverage, ti dissangui per avere lo stand, non hai i commerciali per chiudere il contratto ma almeno posso assaggiare la tua gamma prodotti e convincermi che sei il mio fornitore ideale… no, per niente!

Metà degli stand ha solo prodotti da esposizione. Prendete il mio biglietto da visita e dopo arriva puntuale la mitica frase “la faremo contattare al più presto dal nostro agente di zona”.

Ma santa pazienza, per avere la mail e vedere il tuo catalogo mi basta digitare il tuo nome su Google! Cosa ci incontriamo a fare in fiera?

3) Il barbonismo della gente non ha confini, orde di individui che tentano di accattonare un pezzo di pizza freddo o una coppetta di gelato come se fosse l’unica ragione di vita che hanno. Totalmente incuranti dell’azienda e del prodotto. Scene che manco alla Caritas!

Se una fiera è professionale, assicuratevi che entrino solo i buyer e le persone realmente del settore, senza parenti fino al quarto grado al seguito possibilmente.

4) Andare a una fiera e non avere nemmeno un elenco dei tuoi distributori, un listino, delle condizioni di vendita, insomma qualcosa che ti faccia sembrare un’azienda che senso ha?

Riassumendo: le fiere professionali Ho.re.ca a mio modestissimo parere per come sono strutturate oggi non hanno più senso di esistere. Sono dei carrozzoni zombie che dovrebbero riposare in pace.

Le grandi multinazionali del cibo possono tranquillamente permettersi di spendere cifre enormi in pubblicità di immagine senza necessità di avere un ritorno diretto, noi artigiani no.

Dovremmo trovare strumenti differenti e comunicare attraverso l’unicità dei nostro prodotti, i benefici che possono portare ai clienti e la storia che c’è dietro. Continuare a fare la gara a chi ha lo stand più grosso e la hostess più bionda non è un buon modo di spendere tempo e denaro, fidatevi.

Info: Pagina Facebook “IGPizza”

          Daniele Lanza

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L'autore

Daniele Lanza

Daniele Lanza, classe 1986, nato a Genova, cresce in un piccolo paesino del Monferrato fra vino dolcetto, pesto al mortaio e agnolotti fatti rigorosamente a mano. Milanese di adozione dai tempi dell'università, ha ricoperto negli anni praticamente ogni ruolo esistente nella ristorazione, da cameriere a restaurant manager, passando per le consulenze esterne. Appassionatissimo di enogastronomia, gira la penisola in lungo e in largo fra fiere e aziende agricole, per scovare la materia prima migliore e le storie che la rendono unica e speciale. Sommelier, degustatore birra, assaggiatore ONAF, bartender professionista, chocolate taster e tanti altri corsi e qualifiche dai nomi assolutamente improbabili stanno semplicemente a indicare la ferma convinzione che l'enogastronomia sia cosa seria: merita studio e formazione continua per essere capita e raccontata. Come ogni altra cosa.
https://www.facebook.com/igpizza.it/?fref=ts


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