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Il libro di Flavio Briatore sulla ricchezza: un’opinione controcorrente

Pubblicato il: 12 giugno 2017 alle 7:00 am

Basta pronunciare il nome di Briatore per suscitare accesi dibattiti nel nostro Paese. C’è chi lo osanna per la sua storia professionale e di imprenditore e chi non lo sopporta e lo considera alla stregua di un criminale. Un personaggio divisivo ma estremamente interessante.

Da poco ha lanciato il suo nuovo libro Sulla ricchezza. Se l’Italia non vuole il benessere, è perfetta così. Un volume che tende a scatenare la polemica già dal titolo e punta il dito contro l’abitudine, tutta italiana, di considerare il nostro paese un gioiello che ogni straniero dovrebbe venire a visitare e ammirare a prescindere. Senza rendersi spesso conto delle gigantesche lacune che abbiamo nel settore turismo, dalla scarsità dei collegamenti interni fino alla brutale obsolescenza delle strutture alberghiere.

In Italia trovare hotel di lusso in condizioni terribili e con un servizio ben al di sotto degli standard minimi richiesti per attirare un turismo di qualità è la norma.

Stesso identico discorso per la ristorazione. Le truffe nelle località turistiche sono sempre dietro l’angolo, con locali che hanno prezzi differenziati per italiani e stranieri, supplementi che spuntano come funghi senza motivo e un’offerta gastronomica che è spesso un mix caricaturale della gastronomia regionale italiana.

Un caos che ha portato il bel paese negli anni ad un lento declino, facendolo scivolare nei flussi turistici non solo dietro i cugini Francesi ma anche a debita distanza da Spagna, UK e Germania.

Un’Italia che ha il patrimonio artistico più grande al mondo ma ci ricava meno della metà della Francia. Un paese che irride a chi spende 30.000 Euro fra alberghi e ristoranti, invece di fare di tutto per portarlo e trattenerlo da noi il più a lungo possibile.

Briatore ci spiega come lusso non sia una parolaccia ma un enorme opportunità che ci stiamo facendo sfuggire.

Ci sono problemi strutturali dovuti a uno Stato che non investe in infrastrutture ma in spesa corrente, incapace di scrivere regole chiare e applicabili, ma ci sono anche tantissime cose che riguardano noi piccole e medie imprese.

Problemi che molto spesso nascono dalla malattia mortale dell’italiano dell’italiano medio: l’invidia sociale. Quella cosa che ci spinge a pensare che la ricchezza sia sempre frutto di illeciti, compromessi e raccomandazioni e di conseguenza da demonizzare e deridere. I russi che arrivano sulle nostre spiagge sono cafoni, gli americani maleducati, i tedeschi sciatti e via così.

Mentre il mondo corre noi rimaniamo a soffermarci sui numeri dopo la virgola del nostro PIL, fermi ai box in attesa che lo Spirito Santo ci salvi tutti creando l’albero delle banconote.

Briatore la definisce nel suo libro “L’’Italia che si arrende ancora prima di combattere e non prova neppure a scendere in pista. Il Paese nel quale la ricchezza e il benessere non sono obiettivo collettivo da raggiungere, un premio del lavoro, ma una colpa da nascondere”.

Difficile dargli torto, ci sono molte soluzioni a tutto questo, alcune applicabili immediatamente, altre decisamente da lungo periodo.

Però la cosa principale è capire che abbiamo un grosso problema e noi ancora non siamo giunti a questa fondamentale fase di consapevolezza.

Non abbiamo nemmeno ancora cominciato l’analisi. Perché, come dice il titolo, l’Italia è perfetta così.

Info: Pagina Facebook “IGPizza”

          Daniele Lanza

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L'autore

Daniele Lanza

Daniele Lanza, classe 1986, nato a Genova, cresce in un piccolo paesino del Monferrato fra vino dolcetto, pesto al mortaio e agnolotti fatti rigorosamente a mano. Milanese di adozione dai tempi dell'università, ha ricoperto negli anni praticamente ogni ruolo esistente nella ristorazione, da cameriere a restaurant manager, passando per le consulenze esterne. Appassionatissimo di enogastronomia, gira la penisola in lungo e in largo fra fiere e aziende agricole, per scovare la materia prima migliore e le storie che la rendono unica e speciale. Sommelier, degustatore birra, assaggiatore ONAF, bartender professionista, chocolate taster e tanti altri corsi e qualifiche dai nomi assolutamente improbabili stanno semplicemente a indicare la ferma convinzione che l'enogastronomia sia cosa seria: merita studio e formazione continua per essere capita e raccontata. Come ogni altra cosa.
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