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L’ipocrisia, il Petrolio del vino italiano

Pubblicato il: 17 giugno 2018 alle 7:00 am

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“Questa è terra etrusca”, ventila un enologo, come se un enologo che produce per le grandissime aziende potesse avere una sensibilità: infatti subito dopo distrugge ogni poesia aggiungendo “qui è tutto Merlot”.

Il Merlot nella terra degli Etruschi? Cosa c’entra un vitigno francese importato da pochi decenni con la storia ancestrale del popolo che ha insegnato ai francesi cosa fosse il vino?? Nulla, nulla con la cultura, tutto invece con il mero commercio di una bevanda rossa che a Bolgheri hanno il coraggio di chiamare vino.

Un vero paradosso, andato in onda su RaiUno nella trasmissione Petrolio, nella puntata di lunedì 27 ottobre 2014 dedicata al Salone del Gusto di Torino organizzato da Slow Food.

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Un paradosso evidente a chiunque abbia la pazienza di informarsi: “i primi vitigni francesi furono importati fra il 500 e il 400 a.C. dall’Italia dopo che i Galli erano stati convertiti alla cultura del vino dagli Etruschi; sospettata da tempo, questa filiazione della cultura vitivinicola francese da quella italiana è stata ora dimostrata da un gruppo di ricercatori dell’Università della Pennsylvania, dell’Università di Chicago e dell’Università Paul Valéry-Montpellier a Lattes, che firmano un articolo pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences”, si legge sulla rivista digitale Le Scienze, edizione italiana di Scientific American.

Peccato che questo articolo debba essere sfuggito a chi scrive e confeziona un programma serio e approfondito come Petrolio su Rai Uno, il quale questa volta è caduto nel grande inganno della mistificazione che identifica come vino buono quello che invece non è altro che il vino chic dei ricchi sfondati senza palato né cultura. Soltanto un abbaglio può portare ad attribuire fascino culturale a una semplice operazione commerciale quale è tanta parte del vino in Toscana, certamente a Bolgheri e ovunque si produca quel Super Tuscan che fa inorridire già per la definizione.

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L’equivoco consiste nello spacciare come orgoglio nazionale un’iniziativa imprenditoriale che invece ha fatto tabula rasa delle vere radici enoiche toscane. Infatti su quella “terra etrusca” sono spariti proprio i vitigni piantati e coltivati dagli Etruschi, per dare spazio invece a quelle tipologie di viti francesi che contribuiscono all’omologazione del vino globalizzato.

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Accade così che in un programma che parla di Slow Food, di responsabilità alimentari e sostegno ai piccoli contadini, si va invece a magnificare un vino da 600 Euro a bottiglia, ovvero un liquido che è uno schiaffo alla miseria, un frutto della terra trasformato in prodotto finanziario: alla faccia di quel Petrini immortalato mentre punta il dito contro la fame nel mondo e delle immagini di quei bambini africani alle spalle del commissario dell’Expo di Milano.

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Quello che si estrae dai vitigni internazionali di Bolgheri sarà pure un metaforico petrolio, ma soltanto per chi ci si arricchisce alla faccia della tradizione e soprattutto per come inquina la cultura del vino vero, quello dei contadini che coltivano vigneti autoctoni con un legame antico con il proprio territorio.

Il vero petrolio in senso di giacimento culturale invece è altrove, dove il vino viene tenuto in polverose cantine e non in scintillanti caveau delle banche.

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