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Il Museo di Antropologia e Etnologia di Firenze: la diversità è un valore

Pubblicato il: 23 agosto 2017 alle 3:00 pm

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“La diversità è un valore”: è l’affermazione di principio con cui si presenta ai visitatori il Museo Nazionale di Antropologia e Etnologia, sezione del Museo di Storia Naturale dell’Università degli Studi di Firenze.

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Una frase forte e programmatica che trova concreta applicazione “in 19 sale per una superficie totale di 813 mq. dove sono esposti al pubblico 9216 manufatti mentre 493 sono esposti al piano terreno”.

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Un totale di circa 10.000 oggetti che illustrano gli usi e i costumi dei popoli”.

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Usi e costumi che dimostrano il valore positivo delle differenze somatiche, religiose, culturali, mettendo a nudo l’assurdità di fondare invece su simili diversità discriminazioni, ingiustizie e perfino conflitti e violenze. Da qui l’invito a rispettare chi è “diverso… come te”.

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Una gestione così illuminata è coerente con le idee del fondatore Paolo Mantegazza, tra i padri della moderna antropologia, il quale fondò questo museo “nel 1869 con l’intento di esporre le diversità umane in campo fisico e culturale; a partire dal 1922 e fino al 1934 venne sistemato nell’odierna sede di Palazzo Nonfinito, in via del Proconsolo 12”.

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La collezione ha beneficiato in primo luogo di una preziosa eredità di raccolte dei Medici, mentre in seguito è diventata collettore dei lasciti di esploratori e ricercatori che venivano a depositare qui gli oggetti rinvenuti in tutte le parti del mondo.

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Tra i popoli documentati nel museo, si va dai Lapponi agli Abissini, dagli Ostiachi siberiani agli Ainu giapponesi, dai Baganda dell’Uganda ai Samoiedi asiatici.

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Particolarmente emozionante la sezione dedicata ai Nativi americani: vestigia di Navaho, Sioux, Dakota, ti fanno pensare a quale crimine abbia rappresentato l’estinzione quasi totale della loro cultura che si rivela profonda e assai attuale, nella ricerca di un rapporto intimo con la Natura.

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Nelle teche, l’esposizione dei manufatti, riporta chiaramente la transizione da popolo libero ad assoggettato, attraverso la contaminazione stilistica del loro artigianato.

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Un’ibridazione che porterà i conquistatori europei e i nativi americani a lavorare davvero insieme soltanto quando si trattava di creare souvenir, mentre sul piano sociale la storia è andata ben diversamente.

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Non meno commovente poi porsi davanti a tracce della sapienza manuale di Aztechi e Incas, mentre turbano le crudezze necessarie delle Popolazioni Amazzoniche e il rapporto con la morte delle mummie naturali delle culture peruviane.

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Intanto scopriamo che anche per questi popoli del Nuovo Mondo la svastica aveva significati religiosi, come per gli Orientali, ribadendo la matrice preistorica del simbolo, ben distante dalle aberrazioni europee del ’900.

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Interessantissimo poi scoprire alcuni segreti del mestiere, attraverso l’osservazione di alcuni strumenti antropometrici impiegati nelle analisi anatomiche dei soggetti studiati.

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A parlarci di questo museo davanti alla telecamera è Monica Zavattaro, Responsabile della Sezione di Antropologia e Etnologia del Museo di Storia Naturale dell’Università degli Studi di Firenze.

Info: www.msn.unifi.it

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