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Specialmente nelle… terre piacentine

Pubblicato il: 6 ottobre 2018 alle 3:00 pm

Alla scoperta delle terre e dei tesori piacentini

Perdersi nel dolce rigoglio d’una pianura gentile, vagando di borgo in borgo, con un solo punto cardinale a ordinare la rotta, il fiume Po. Forse è questo il modo migliore di vivere le Terre Piacentine, territorio non (ancora) assalito dal turismo selvaggio e quindi intatto nella natura come nelle architetture e nelle tradizioni, in grado di accoglierti senza isterie.

Se invece avete bisogno di organizzazione e punti fermi, basta fare un giro in Rete: troverete diverse associazioni territoriali pronte a darvi ogni tipo di informazione, da cosa vedere a dove mangiare.

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La stessa Regione Emilia Romagna si è resa conto del tesoro rappresentato da queste terre, promuovendo un progetto che ha la rara capacità di coniugare valore scientifico e interesse turistico.

E’ il progetto “Alla scoperta delle Terre e dei tesori piacentini”, operazione approvata e finanziata dalla Provincia di Piacenza. Presentato nel giugno 2013 in un seminario organizzato da Centro Formazione Vittorio Tadini, Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli Piacentini, Strada del Po e dei Sapori della Bassa Piacentina, I.TER e Bloomet, ha fornito quadro molto approfondito di queste terre, dallo studio del suolo all’analisi dei suoi prodotti.

Abbiamo chiesto di tratteggiarci le linee generali del progetto a Fabio Bernizzoni, presidente Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli Piacentini.

In questo progetto si parla di “terre” nel senso letterale del termine, ovvero dei suoli e del legame con i prodotti, “utilizzando anche immagini e zolle di terra che illustrano alcune delle principali bellezze e rarità delle Terre piacentine; esse rappresentano particolari nascosti del suolo, presenti entro i due metri di profondità, che appaiono con colori e forme che sembrano vere e proprie opere d’arte della natura, quadri astratti, pitture rupestri”. Il tutto illustrato da fotografie  della  dimensione  nascosta  del  suolo  ideate  da  Carla  Scotti (I.TER) e realizzate dal fotografo esperto Marco Mensa (ETHNOS).

Tra i risultati dello studio, “l’avere riscontato che l’acqua piovana, attraversando la terra inizialmente calcarea, ha sciolto i carbonati contenuti e li ha trasportati con sé in profondità”.

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“Elevati contenuti di argilla conferiscono ai suoli una buona fertilità naturale”.

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“[…] sedimenti sabbiosi costieri testimoniano la linea di costa dell’antico mare padano. Queste “spiagge fossili” rappresentano le stratificazioni poste tra le sottostanti argille marine plioceniche (su cui si sono formati i suoli delle Terre fossili del Piacenziano) e i soprastanti depositi alluvionali pleistocenici (su cui si sono evoluti i suoli delle Terre rosse antiche)”.

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Durante l’illustrazione dello studio, Carla  Scotti dell’I.TER ha parlato dell’opuscolo in cui è confluito questo lavoro: esemplare per comprendere il livello di organizzazione di questo gruppo di lavoro e quanto sia evoluta in questa Regione la valorizzazione del Territorio a tutti i livelli. Di estremo interesse (anche) per i viaggiatori che volessero recarsi da queste parti: già di per sé il filmato che segue è quasi una guida sintetica ricca di spunti.

 

Le terre del fiume Po

Il Po da queste parti è oggetto di una particolare venerazione, comprensibile per la sua influenza sul piano culturale ed economico. Il fiume non soltanto ha segnato il paesaggio di queste sue terre, ma perfino indirizzato il sistema viario, come spiega ancora Carla Scotti.

Le terre della pianura alluvionale e i salumi piacentini

Le caratteristiche geologiche delle terre della pianura alluvionale del piacentino sono alle origini anche delle fortune dei salumi e dei formaggi di questa zona, assurti a meritata fama.

Info: www.istituti.unicatt.it

La Bassa Piacentina: castelli e arte contemporanea

La natura? L’arte? La gastronomia? La gente? L’artigianato? Scegliete voi un motivo per andare nella bassa piacentina, oppure tutti insieme, meglio ancora: è una terra che non tradisce le aspettative. Un unico rischio: potrebbe venirvi voglia di non andar via, perché la qualità della vita è talmente elevata da solleticare il desiderio di rimanervi come residenti.

Lo confermano gli indigeni che di qua non si muoverebbero per nulla al mondo, come Elisabetta Virtuani che con la sua Bloomet si è messa a fare alto lavoro di comunicazione ai massimi livelli senza muoversi dall’area piacentina.

Seguiamo il consiglio di Elisabetta Virtuani: andiamo a visitare il Castello di San Pietro in Cerro e il MiM (Museum in Motion).

 

Il Castello di San Pietro in Cerro (Piacenza)

Se arrivi in auto, tra una curva e l’altra, quasi non lo vedi dalla strada, nascosto dalla fitta vegetazione. Ma quando inforchi il vialetto che conduce alla sua bocca d’ingresso, iI castello di San Pietro in Cerro ti si staglia innanzi con la sua eleganza architettonica discreta, collocato nel mezzo di un parco magnificamente curato.

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Siamo nella bassa piacentina, in piena terra di confine: ti giri da una parte e quasi vedi Piacenza, ti volti dall’altra e Cremona è a un tiro di  schioppo. Basta decidere in quale tratto di campagna immergerti per andare incontro a culture diverse ma comunicanti.

Edificato nel 1491, forse sui resti di un precedente maniero, è una testimonianza proprio della non sempre pacifica vicinanza dei piacentini con i bellicosi cremonesi.

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Oggi ospita cerimonie private e iniziative pubbliche, ma soprattutto è divenuto la sede del MiM, il Museum in Motion voluto oltre dieci anni fa dal proprietario Franco Spaggiari e realizzato con la Fondazione d’Ars Oscar Signorini Onlus di Milano, con la collaborazione del critico Pierre Restany.

Info: www.castellodisanpietro.it

 

Il Mim, Museum in Motion di San Pietro al Cerro (Piacenza)

Il MiM – Museum in Motion si trova all’interno del Castello di San Pietro in Cerro. Attivo dal 2001, conta oltre cinquecento pezzi d’arte contemporanea, tra opere di  pittura, grafica, scultura e installazione.

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Caratteristica del Museo, la continua rotazione delle opere esposte al pubblico: un motivo in più per visitarlo periodicamente, visto che contiene diversi lavori di artisti importanti, dal dopoguerra a oggi.

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Apprezzabile il legame della struttura con il territorio di appartenenza, talmente stretto da diventare addirittura programmatico: “il MiM è idealmente un luogo d’incontro e di riflessione sull’odierna situazione artistica con un forte legame con la sua posizione geografica. L’apertura del MiM è un segnale di una portata che va al di là del suo carattere di animazione locale e testimonia nella provincia piacentina un fatto capitale: la piena coscienza di un’arte senza limiti aperta a tutti gli uomini di buona volontà del nostro immediato futuro” (dal volume Museum in Motion – Opere di autori contemporanei per una collezione al Castello di San Pietro, ed. Mazzotta – ottobre 2001, vol 1).

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Da questa filosofia scaturisce la presenza nella collezione di un considerevole numero di opere di artisti locali.

Info: www.museuminmotion.it

La manifestazione nel piacentino: DesigNaturArte

Il territorio piacentino è molto vivo anche sul piano delle manifestazioni culturali, le quali spaziano dall’arte al design, dall’artigianato all’enogastronomia.

Tutti questi ambiti nel giugno del 2013 sono stati riuniti in una sola manifestazione, DesigNaturArte, tenutasi al Castello di San Pietro.

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Un’esperienza di total living per incontrare, sperimentare, acquistare, mangiare e giocare tra opere d’arte e installazioni”, organizzata dallo stesso Castello di San Pietro e Bloomet, in collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano e la Presidenza Regionale Emilia Romagna. Dedicata al rapporto tra uomo e natura, ha avuto come tema la terra come humus della natura e delle idee umane. Ne è venuta fuori una manifestazione di rara composta perfezione: elegante, misurata, a dimensione umana, ricca di spunti e proposte, senza una sola sbavatura.

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Si rimaneva colpiti già all’ingresso dalla qualità dell’esposizione a cielo aperto: gli stand si integravano con le installazioni artistiche, i banchi della gastronomia si armonizzavano con le sculture del parco.

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Non tanto per una fusione di alto e basso, quanto per il grande gusto dei curatori, capaci di dare vita a un mirabile esempio di garden art, da fare impallidire omologhe manifestazioni che più o meno nello stesso periodo si sono svolte a Milano.

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Avrebbero molto da imparare dai professionisti di Bloomet  chi ha organizzato le approssimative e inutilmente caotiche iniziative giardiniere milanesi. A San Pietro in Cerro invece c’è stata un’esperienza di total living, con arti visive, creazioni artigianali e di design, incontri, laboratori, intrattenimento musicale e gastronomico.

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Per l’occasione al MiM (Museum in Motion del Castello di San Pietro) è stata allestita la mostra “Ubi Terrarum”, percorso espositivo con ventiquattro guerrieri di Xiang originariamente a guardia della tomba del primo imperatore Cinese Qin Shi Huang, acquisiti nella collezione Spaggiari del MiM.

E’ Elisabetta Virtuani, colonna di Bloomet che l’ha concepita e organizzata, a fare il punto sull’iniziativa.

info: www.designaturarte.it

Da Cattivelli: unica trattoria su un’isola del Po 

E’ tutto un abbraccio da Cattivelli. Il Po abbraccia sinuosamente l’Isola Serafini su cui si trova, sgusciando tra il verdeggiare di una pianura che sa di acqua e lavoro. Il ghiaioso parcheggio dell’auto ti avvolge come per incoraggiarti a fere presto a entrare nel ristorante, dopo lo sforzo di attenzione per non sbagliare il percorso per arrivare in via Chiesa di Isola Serafini 2, a Monticelli d’Ongina (PC). I gestori a momenti ti abbracciano fisicamente, tanto sono carichi di una cortesia d’altri tempi. La cucina abbraccia questo ramo arzigogolato del Po e spinge un po’ più in là soltanto quando c’è da procurarsi qualche vini migliore e le anguille se mancano quelle locali.

Alla fine del pranzo invece sarai tu a voler correre ad abbracciare il cuoco per le emozioni che ti avrà regalato.

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Se una trattoria è gestita da più di mezzo secolo sempre dalla stessa famiglia, è inevitabile che sembri anche a te di mangiare in famiglia. Una famiglia che vuole fare del proprio ristorante “una tappa naturale del percorso rivierasco del Grande Fiume, la Strada del Po e dei Sapori della Bassa Piacentina, ne rispetta le antiche tradizioni culinarie e la cultura eno-gastronomica”. E così è.

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Il fiume Po qui te lo ritrovi nel piatto, con le specie ittiche che vi si pescano o i vini da viti che beneficiano della sua influenza su clima e terreni.

I geologi e gli esperti del territorio ti spiegano però che anche i salumi devono tanto al fiume: con le sue attività alluvionali infatti ha innescato un ciclo biologico virtuoso che dal terreno arriva agli animali, passando per foraggi e pascoli. E’ così spiegato uno dei segreti della qualità suprema dei salumi piacentini, insieme alla sapienza degli uomini che li producono.

Per questo non è banale chiedere ai Cattivelli innanzi tutto coppa e salame delle colline piacentine. Ma lo stesso processo che rende speciali i salumi della zona, vale anche per gli ortaggi e le verdure. Si può ordinare un dittico per averne dimostrazione.

Partite con lo Sformato di asparagi del Consorzio dell’Asparago Piacentino in salsa di Salva cremasco: la lavorazione è di grande classe, si insinua nel palato in maniera inebriante. Fate però attenzione a quelle due testoline di asparago che fanno capolino ai bordi del piatto: assaggiatele da sole… ecco, vi si bloccheranno le mascelle per l’incredulità: è con molta probabilità l’asparago più buono d’Italia, o quanto meno uno di quelli con maggiore personalità. Profumo, croccantezza, sentori linfatici, il livello di potenza dell’asparagina: non c’è bisogno di ordinarne un piatto a pare, quei due pezzettini già valgono il viaggio.

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Non è finita con le verdure: vi aspettano le Zucchine della bassa ripiene: se le masticate a occhi chiusi, vi sembrerà di essere in aperta campagna, in pace col mondo.

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Questa è terra di grandi primi, quindi rompiamo gli indugi e partiamo dagli inevitabili Ravioli in brodo, così fondamentali nella tradizione piacentina che non li troverete nel menu, perché non è necessario, ci sono sempre e sempre andrebbero chiesti, da queste parti. I ravioli di Cattivelli, ripieni di carne, vengono serviti in brodo di terza, così chiamato perché realizzato con le tre carni: costine di maiale, manzo e cappone.

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Dal classico, passiamo alla mitologia: non c’è altro modo per definire il piatto identitario del piacentino per eccellenza, i Pisarei e fasò della tradizione, qui cucinati in maniera leggendaria. La consistenza dell’impasto dei pisarei sfida i grandi misteri dell’Umanità, mentre per la gradevolezza dell’insieme bisognerebbe scomodare le vette dell’arte: tra i più grandi piatti che si possano provare in Italia e non soltanto.

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Si diceva prima dei prodotti ittici del Po. Due i piatti per capire di cosa stiamo parlando.

Il primo, il più delicato, è l’Anguilla marinata della casa, solitamente pescata nelle stesse acque che cingono la trattoria, ma in caso contrario cascherete comunque bene, perché arriverebbero da Comacchio. Sfilettata e arrotolata, è talmente fresca che vi sembrerà di starla addentando ancora viva mentre guizza nelle dolci acque del fiume. La marinatura ha massimo rispetto delle caratteristiche dell’anguilla: raramente potrete provarla in versione così radicale.

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Acquadelle d’acqua dolce e filetti di pesce gatto è il fritto misto di fiume nella versione che si serve da queste parti. Le acquadelle battono di una spanna il gusto delle competitor di lago, le alborelle, infatti non c’è bisogno di esagerare con lo spessore dell’impanatura per renderle appetitose.

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Rimane una tappa culturale obbligata, le Lumache in umido alla piacentina: carnosissime, l’intingolo in cui sono adagiate ne rispetta il gusto terroso.

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I dolci si allontanano dalla zona, fatta eccezione per la Spongata di Monticelli, servita con crema chantilly: non per tutti i gusti, ma va comunque provata, se non altro per avere la scusa per berci sopra una Malvasia piacentina, nella versione Rosa frizzante di Montesissa, o la passita di Negrese.

I vini

I vini, già. Da Cattivelli potete bere magnificamente per l’intero pasto con le Bottiglie della casa, tutti vini dei Colli Piacentini.

Sui piatti di apertura l’Ortrugo frizzante è già una festa: proveniente da Ziano Pacentino, in bassa Val Tidone, a due passi dall’Oltrepò pavese, trasmette la trascinante allegria olfattiva consueta di questo autoctono che sta guadagnando sempre maggiore meritata notorietà fuori dai propri confini.

La Malvasia Frizzante tiene fede al suo aggettivo di aromatica, senza addolcire mai però quel che starete mangiando.

Nota dolce più presente invece nel “leggermente abboccato” Gutturnio Frizzante, ma nulla che confligga con i piatti che vi arriveranno in tavola : è prodotto nella zona di Castell’Arquato, in val d’Arda.

Se per un attimo volete una bottiglia più istituzionale (ma non troppo), vi consiglieranno, a buona ragione, il Gutturnio La Valorosa, spremuta di piacentinità.

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Per i dolci, al posto dei vini prima citati, potete ancor meglio ricorre anche in questo caso a una bottiglia della casa, la Bonarda Dolce Frizzante, 7 gradi di delicata marmellata di frutti di bosco vinificata.

Consiglio finale dei Cattivelli: “fatevi servire bargnolino e nocino dal Sig. Cattivelli o lasciatevi tentare dal fornito tavolo dei distillati”. Hanno anche la grappa monovitigno di Picolit della Nonino, che aspettate?

Magari aspettate di ascoltare un componente della famiglia parlare del Cattivelli: eccovi Luca Castellani che tra i familiari è colui che si occupa della sala.

info: www.trattoriacattivelli.it

 

La Malvasia di Candia aromatica del piacentino

Quando una serie di istituzioni e associazioni che si occupano del territorio piacentino e dei suoi prodotti hanno dovuto individuare, nell’ambito di un seminario di degustazione, un vitigno identitario per eccellenza di questa zona, la scelta è caduta sulla Malvasia di Candia aromatica.

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Non ne saranno felici a Parma, dove sono affezionati alla loro versione prodotta sui Colli di Parma. La vox populi sostiene che a Parma si vinifichi meglio la versione secca di questo vitigno, mentre Piacenza primeggerebbe in quella dolce e passita.

Per la nostra esperienza di degustazione potrebbe anche starci, ma i fautori della tipicità piacentina sono certi delle peculiarità uniche di questa loro Malvasia.

Tra questi, il più autorevole e Maurizio Zamboni, docente della Facoltà di Agraria, Istituto di Frutti-Viticoltura, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

 

Daniele Ronda e il territorio piacentino

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“sono cresciuto qui, tra la pianura e il Po”

Il Po è tornato oggetto di interesse culturale negli ultimi anni, diventando protagonista di reportage giornalistici, romanzi, diari di viaggio, documentari. A metterlo in musica con appassionata poesia è il piacentino Daniele Ronda, star del folk italiano, amatissimo dalla critica, fenomeno di culto per il numeroso pubblico che affolla i suoi live carichi di energia. In occasione di un suo concerto, Daniele ha voluto dichiarare il proprio amore per la sua città, Piacenza, attraverso un breve video.

Le sue liriche, ispirate dal fiume italiano per eccellenza, rappresentano un autentico viaggio in musica, sull’onda delle emozioni, tra il palpito del ricordo aulico e l’entusiasmo dell’energia del presente:

“perché noi pazzi sappiamo mescolare
realtà e immaginazione…”

Un viaggio continuo che ha però un epicentro, Piacenza, scelta anche come protagonista del video realizzato per il brano Si strappano le nuvole.

Il letto lungo il quale scorre la musica fluviale di Ronda è la scaletta dell’ultimo album La sirena del Po, con i suoi brani che profumano di acqua dolce.

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Daniele fa saltare di gioia con i ritmi trascinanti della title track, in cui è certo della sua visione:

“son contento perché ora lo so che c’è una sirena nel Po”

Un percorso fortemente identitario, marchiato dal dialetto piacentino che innerva diversi sui brani, come La me pell…

“la me’ pell le un libar vert”

… o la struggente Il pendolare che commuove per intensità.

Canzoni che raccontano l’epica della provincia padana, con le sue piccole storie ombelicali che sembrano squarci di mondo: disegnano un microcosmo eppure ci vedi l’universo intero.

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Così, Al pleiboi ritratto in tono dolceamaro fa andare la mente a un altro piacentino, capace di diventare l’emblema mondiale dei tombeur de femme, quel Gigi Rizzi recentemente scomparso al quale sembra essere dedicata:

“ecco ca ‘l riva lü al riva al pleiboi
al piomba ‘tacc al banco del bar
e urdina ‘l vein”

Ma Daniele non sta fermo nella sua terra e il tragitto del Po l’ha percorso in lungo e in largo: l’ha vissuto, tra una strimpellata e una mangiata, una cantata e una bevuta, come fotografa benissimo La birra e la musica.

Questo viaggio, di pancia e di testa, di corpo e di anima, prende vita sul palco in cui si esibisce come una cascata di emozioni. Uno show musicale che profuma delle terre piacentine e dei suoi prodotti, perché…

“un viaggio è come il vino rosso
ti dà solo l’illusione, di volare qualche passo
che tanto poi dovrai tornar”

E’ un concerto ma sembra letteratura, è cultura ma ti scatena nel divertimento, proprio come attraversare il Po…

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“non esiste peggior cieco di chi non sa sognare”

CHI E’ DANIELE RONDA
Nasce a Piacenza nel 1983 e sin da piccolo si appassiona alla musica. Sfonda inizialmente come autore, quando firma per Nek il successo Almeno stavolta e diversi altri brani. Collabora anche con altri artisti, come Massimo Di Cataldo e Mietta. Ha composto anche successi di caratura internazionale nell’ambito dance, come Desire di Dj Molella.

Nel 2004 il singolo d’esordio, Come pensi che io, brano che lo porta sul palco del Festivalbar. Nell’estate del 2010 il suo singolo Lo so sei tu balza nella top ten dei brani indipendenti più programmati. Nello stesso anno partecipa alla finalissima del festival di Castrocaro, classificandosi terzo, quindi entra nei dieci finalisti di Sanremo Lab, presentandosi al prestigioso concorso con un brano in dialetto piacentino, La nev e il su.

Nel 2011 decide di interrompere la sua attività di autore: ha 27 anni e sceglie di tornare nella sua Piacenza. Questo “ritorno a casa, alle radici, alla sua città” influenza le sue nuove composizioni. Scrive centinaia di pezzi e decine di arrangiamenti, fino a quando Jonny Malavasi (suo attuale manager e produttore) fonda il Folklub, la band che da quel momento lo accompagnerà. Da quel momento si concentra sul folk e il dialetto. Nasce così suo album d’esordio, Daparte in folk, in cui duetta con Davide Van De Sfroos e Danilo Sacco (ex cantante dei Nomadi): oltre 5000 copie vendute, premio Mei come Miglior progetto musicale in dialetto dell’anno. Segue una lunga tournée in tutta Italia.

Il 31 marzo 2012 al teatro Municipale di Piacenza fa registrare il sold out e si afferma come grande protagonista della scena musicale del territorio emiliano-lombardo.

Alla fine del 2012 esce il nuovo cd, La sirena del po, oltre diecimila copie vendute, cui seguono più di cento concerti.

Nel 2013 ottiene diversi riconoscimenti, come il Premio Leo Chiosso, quindi il Premio Lunezia, con questa motivazione: “lo stile di Ronda viene comunemente chiamato “folk”, con un termine che può benissimo essere tradotto nel nostro popolare, proprio per indicare il fatto che quei ritmi, quelle strumentazioni e quell’intenzione artistica viene dal posto in cui si vive e dal popolo che lo abita. Ronda rappresenta l’Emilia, lo stile popolare che sa di enormi distese pianeggianti, “tra la via Emilia e il West” come direbbe Guccini. Abbondante uso della fisarmonica e ben sei tracce cantate in un dialetto giusto, nel senso che rappresenta al meglio l’anima piacentina e certe atmosfere festanti, restituiscono bene l’ottima cura formale delle melodie, spesso coinvolgenti”.

Info: www.danieleronda.it

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