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Volgere in positivo il negativo: la cultura del ben fare, assieme

Pubblicato il: 17 febbraio 2016 alle 11:48 am

cultura del ben fare 1

Nella notte tra il 4 ed il 5 gennaio abbiamo subito un furto nel nostro capannone: ci hanno portato via tutti i trasformati che erano in magazzino, tutte le attrezzature mobili, tutti i computer, caricando il tutto sul nostro camion per la raccolta degli agrumi.

Sgombriamo subito il campo da facili luoghi comuni e da facili strumentalizzazioni: la mafia non c’entra nulla! Hanno portato via anche le scarpe, usatissime, degli operai e alcune confezioni di sacchi per la spazzatura, quelli grandi. La mafia preferisce occuparsi di cocaina, grandi appalti e finanza internazionale, piuttosto che non di scarpe sfondate e sudaticce… o no?

Naturalmente, è un gran brutto colpo per noi.

Ma la risposta, immediata, dell’amplissima comunità che ci cinge in un abbraccio non solo lo rende molto più sopportabile, ma ci dà lo spunto per alcune riflessioni.

cultura del ben fare 2

Cosa è successo nei giorni immediatamente successivi?

I nostri operai hanno immediatamente offerto il 10% del loro salario, fino alla fine dell’anno, per ricomprare i transpallet e le bilance: sono stati calorosamente ringraziati ma l’offerta rifiutata! E ci mancherebbe!

Il padrone del capannone che abbiamo in affitto s’è immediatamente offerto, con le lacrime agli occhi, di rafforzare a sue spese l’impianto di vigilanza e antifurto e le difese in generale: accettato!

Dai gruppi che acquistano i nostri prodotti, sia in Italia che in Francia, Belgio ed Olanda, sono arrivate numerosissime offerte, le più disparate, comprese offerte in denaro, da non restituire: deviati!

E quindi?

Tutto ciò ci fa sentire stretti da un abbraccio caloroso e concreto che allevia grandemente la nostra difficoltà, ci dimostra, ancora una volta, che attorno al nostro progetto negli anni si è consolidata una comunità, fatta di produttori, di operai, di camionisti e di GASisti, come spesso ci avete confermato, e ci induce ad un rilancio.

Seguitemi, per favore.

Queste reazioni dimostrano ancora una volta che muoversi in questo mondo ed in questa economia essendo (e fortemente sentendosi) parte di un gruppo, di una comunità, costituisce una differenza forte e concreta rispetto all’agire da soli nella logica dell’homo hominis lupus che i nostri dispensatori di beni da consumare rapidamente cercano da decenni di inculcare, con discreto successo, anche nelle nostre teste.

E che la trasformazione, o almeno una parte ben consistente di questa, non può che passare attraverso la crescita ed il rafforzamento di comunità resilienti – dalle più piccole, strettamente locali, alle più vaste, su scala internazionale – e dalla diffusione della cultura della solidarietà praticata quotidianamente, a beneficio di tutti anche, appunto, dimostrando la superiorità pratica dell’essere assieme rispetto all’essere soli.

 

Info: www.legallinefelici.it

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L'autore

Roberto Li Calzi

E’ l’ispiratore del Consorzio Siciliano Le Galline Felici che riunisce diversi produttori agricoli etici che applicano pratiche biologiche nei campi e criteri di solidarietà tra gli Esseri Umani (http://www.legallinefelici.it/it/).
Si definisce così:
“Sono uno tra i tanti che, dopo un po’ di anni in giro per il mondo, ha deciso di vivere in campagna, di campagna. Sono sveglio, come sempre, ormai da trent’anni, da molto prima dell’alba. Sono stato lì, da solo, a provare cosa accadeva se non “pumpiavo” (irroravo di veleni) i miei aranci, quando non sapevo neanche che esistesse l’agricoltura biologica, e di fatto non esisteva, non era normata, poi ho re-incontrato Barbara e sono entrato nel giro. Sono stato molti giorni, mesi, anni, chino a spietrare, a trapiantare, a “scippare” erba dai miei grandi (per me) orti, quattro, cinque ettari. Sono stato molte notti in piedi perché il feroce sole di certi mattini estivi trovasse le pianticelle “abbeverate” e altre notti per portare i prodotti al mercato e là mi dicevano: “sono biologiche? vabbè, niente ci fa!”: biologico era quasi una malaparola. Sono stato uno dei primi ad ottenere la certificazione. Sono stato, credo, uno tra i primi, che, continuando a credere nell’ agricoltura biologica e a produrre secondo i suoi criteri, ha rifiutato la certificazione: troppi imbrogli, troppe aziende che ieri tiravano fuori TIR di ortaggi chimici ed il giorno dopo sono certificate, troppe carte, troppa burocrazia, buona per le grandi aziende, strangolante per le piccole. Sono stato per anni il principale fornitore di ortaggi freschi per i pochi negozietti di biologico della Sicilia orientale. Sono stato, quasi, espulso dalla campagna da un mercato che penalizza e svilisce i produttori e da commercianti e cooperative (del biologico e non) che, per malafede, ingordigia o inefficienza, hanno finito di affossarci, ma mi ci sono aggrappato (alla campagna) e, pur facendo per un po’ di anni altri lavorazzi per campare, anche divertendomi e traendone lezioni e stimoli, ho continuato ad accudire il giardino (un ettaro e mezzo), senza reddito e con poche speranze. Sono risorto (economicamente e moralmente) grazie ai GAS e di questo non smetterò mai di ringraziare, ho trovato nuovi stimoli ed entusiasmo per fare, progettare, costruire, anche, un futuro migliore per la Sicilia. Sono orgoglioso che la mia iniziativa abbia costituito e stia costituendo una possibilità, concreta, per un po’ di amici, di restare dignitosamente a fare gli agricoltori e, nello stesso tempo, a diventare ambasciatori della bellezza, ricchezza e varietà della nostra terra. Sono fiducioso che questa strada porti lontano. Sono pronto a battermi perché questa attuale avventura non scada di qualità né verso di voi, né verso gli altri produttori coinvolti, come spesso è accaduto in passato. Sono entusiasta”.


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