Doragrossa, tempio dello storico genio liquoristico torinese che crea capolavori e cultura da bere

Approfondita ricerca storica di raro pregio scientifico, indagine antropologica acuta e raffinata, individuazione dell’apporto dei frutti della terra nella definizione dell’identità collettiva, sono appena le basi dell’immenso valore culturale espresso dai “liquoristi e distillatori” piemontesi che sotto il nome Doragrossa hanno deciso di rendere “omaggio a Torino, con dedica all’Italia ed alla sua grande tradizione liquoristica”, creando esclusivamente capolavori da bere capace di trarre la gioia dei sensi dalla coltivazione della mente.
Non c’è una sola goccia della sua produzione che Doragrossa non sia in grado di illustrare con documentate fonti storiche o precisi riferimenti a contesti geografici e consuetudini popolari, affermando con una potenza incontestabile il supremo valore intellettuale del bere colto.

L’opera preziosa di questa struttura è infatti un appassionato viaggio “alle origini dell’arte liquoristica italiana”, alla stregua di “una passeggiata nel tempo, per riscoprire sapori che si credevano irrimediabilmente perduti: un delizioso assaggio della nostra storia, alla ricerca delle sue radici, quando la maestria torinese nel miscelare erbe e spezie e nel condurre l’alambicco era ben nota in tutta Europa”.
Emerge subito l’afflato antropologico di Doragrossa, affermando che “i liquori sono lo specchio della società e i rosoli di Torino, così come gli amari, qui prodotti sin dal XVIII secolo, trasmettevano fedelmente l’eleganza e la raffinatezza della corte reale, fulcro dell’allora capitale d’Italia”.

Da qui l’urgenza di proporre “agli intenditori di oggi la sapienza dei nostri padri, la loro creatività nel partire dalle eccellenze erboristiche del nostro territorio per comporre armonie di sapori e profumi che trasformano liquori già noti in ricche esperienze dei sensi”, con la consapevolezza del valore divulgativo della riscoperta di “un mondo a lungo dimenticato, per la gioia di coloro che vogliano meglio comprendere le origini di questa parte della cultura materiale italiana, perché per capire il presente e guardare al futuro è importante avere salde radici nel proprio passato”.

Un ruolo fondamentale nel progetto lo ricopre il cofondatore e partner Jerry Thomas portando “spirito pionieristico nella meticolosa ricerca storica e nell’innovazione applicata alla miscelazione classica e l’insieme di sensibilità e competenze essenziali nel complesso percorso di creazione e perfezionamento delle nostre ricette”.

Degna d’un romanzo storico la ricostruzione delle radici storiche di Doragrossa, prendendo le mosse dalla circostanza che “Torino vanta una illustre tradizione liquoristica che risale almeno al Medio Evo”, in un contesto sospeso “tra magia e scienza” in cui il capoluogo piemontese già a metà Cinquecento è centro vitale di studi alchemici, magia e ricerca scientifica.
E’ la base sulla quale nel XVII secolo si innestano “vivaci commerci legati alla vita della corte reale” che “contribuiscono a integrare la già ricca offerta d’ingredienti locali (i vigneti, in particolare di Moscato, si estendevano a perdita d’occhio, su tutta la regione) con raffinate spezie esotiche che, attraverso il Mar Mediterraneo, confluiscono in città dal vicino porto di Genova: questo permette a cuochi di corte, alchimisti, farmacisti, liquoristi e distillatori di conoscerle e utilizzarle al meglio nella preparazione dei loro capolavori”.

La scansione degli eventi fissa al 1563 una sorta di elezione di Torino a capitale del liquore grazie al “trasferimento della capitale da Chambery a Torino per volontà del Re Emanuele Filiberto di Savoia” con il conseguente insediamento “di speziali, confetturieri e distillatori nella contrada di Sant’Espedito (patrono dei commercianti), percorsa dai mercanti che per operare in città transitano dalla porta Segusina, pagando il dazio (tassa sulla circolazione delle merci)”.

Approdiamo in questo modo al 1573, quando con l’appellativo Dora Grossa “il popolo rinomina l’antica strada dedicata a Sant’Espedito che in origine era il decumanus maximus romano di Augusta Taurinorum e la contrada in questo periodo diviene il fulcro dell’arte liquoristica torinese, con la la più alta concentrazione di produttori, commercianti e distributori di alcol e liquori in tutta Europa”.

Sono i prodromi capace di dare spessore e profondità all’azione odierna di Doragrossa che “partecipa attivamente al rinnovamento dell’interesse per liquori, amari, vermouth e gin artigianali sviluppando ricette uniche e prodotti premium che sono un elemento fondamentale per fornire la qualità ricercata dai migliori bartender a livello mondiale”.
La produzione impressiona non soltanto per la qualità ma anche per la quantità, organizzata in collezioni estremamente ragionate capaci di razionalizzare una straordinaria vivacità creativa.

Il percorso storico prima sintetizzato ci conduce a partire nelle degustazioni dai prodotti identificati con Torino.
A partire dalla monumentale importanza del Vermouth di Torino Igp Rosso Superiore nella favolosa ricetta con Nebbiolo d’Alba Doc e Barolo Docg, massima declinazione a noi nota di questo simbolo dell’Italia da bere.
Per spiegarne la concezione, si ricorda che “secondo l’antica tradizione torinese – e come stabilito dalla normativa vigente – almeno il settantacinque per cento di un autentico vermouth deve essere vino” e “attorno a questo cuore vitale si intreccia un mosaico di aromi: spezie, fiori, frutti, bacche, radici, foglie, legni e semi provenienti da terre lontane o da giardini segreti”, tra le quali qui si individuano assenzio, china, genziana, arancia, angelica e chiodi di garofano.

In questo caso però, con un colpo di enorme classe, si aggiunge la precisa individuazione dei vini utilizzati, un Nebbiolo d’Alba DOC 2024 e un Barolo DOCG 2021, decretando un DNA dello spirito capace di attestarne la vetta organolettica siderale raggiunta.
Al naso arrivano subito le sensazioni balsamiche e quelle chinate, insieme alle spezie più gentili, mentre il sorso muove dalla delicatezza per ispessirsi subito, donando spunti di visciola, corbezzolo, liquirizia e karkadè.
L’acidità rende affabile la beva, contribuendo alla pulizia di un finale delicatamente fruttato.

Più rotonda e nerboruta la versione basica del Vermouth di Torino Igp Rosso che in questo caso vanta contributi di assenzio, china, rabarbaro, cacao, arancia, cannella, menta, genziana e camomilla.
La distinzione dal precedente è netta, a partire da un colore che qui volge a un ambrato scuro quasi da gemma archeologica, mentre tra i descrittori classici emergono inattese note erbacee e di caffè con la moka.
Al palato si riconosce subito il dulce de leche con contributi di saba, fico dottato, nocciola Tonda Gentile Trilobata, mallo di noce e sorbo.
Malgrado lo spessore aromatico, il corpo rimane costantemente snello.
Beva clamorosamente accattivante, finale molto persistente che lascia in estasi.

Commuove quindi il sostegno filologico al Rosolio di Torino annoverato già nel 1712 fra le specialità liquoristiche della città. Prende nome dal termine composto latino ros soli che sta per rugiada del sole e in origine veniva prodotto “per macerazione di piante e di spezie in luogo riscaldato dai raggi del sole per favorirne l’estrazione dei principi aromatici”.

Secondo la tradizione orale piemontese “il Rosolio venne scalzato dalle preferenze della corte dei Savoia dall’avvento del vermouth, ma dai testi ritrovati sappiamo per certo che la sua produzione continuò fino alle soglie del XX secolo con un certo successo”, prima di scomparire “dalla scena dopo il secondo conflitto mondiale, complici il suo sapore anacronistico e il suo forte legame con i consumi del mondo nobiliare ed aristocratico”.

Qui gli ingredienti principali sono limone, cannella, anice e chiodi di garofano.
All’incanto cromatico di un oro antico si affianca quello olfattivo teso tra allure esotica ed evocazione di alloro.
In bocca è netta la percezione di tè marocchino, con chiodi di garofano in grande evidenza, seguiti da albicocca essiccata, caramella di carruba e melangolo candito.
Il suadente finale trasporta altrove, suggerendo mondi segnati da rum e canna da zucchero.

Maggiormente edonistici ma senza alcuna rinuncia al rigore sono i prodotti di ispirazione Mediterranea, come ambientati tra giardini lussureggianti e coltivazioni tipiche dell’area.
Ne è pietra angolare il Liquore Bergamotto il cui “frutto fresco viene raccolto, lavato e sbucciato”, con la scorza messa in infusione nell’alcol.
Il bouquet è delicatissimo, segnato dagli oli essenziali della buccia, mentre si fa sentire l’azione del distillatore nel sapiente dosaggio della componente zuccherina al fine di smussare i toni aspri del frutto, esaltandone invece la freschezza agrumata.

Da applausi il lavoro sul Liquore Chinotto che nobilita questo agrume solitamente polarizzato dalle bevande gassate e che qui invece punta sulle proprie caratteristiche distintive, al naso come al palato, dove il frutto si muove tra suggestioni di caramello salato, mandorla tostata e miele di corbezzolo.
Profilo da meditazione, con la presenza costante di un irresistibile sottofondo amaricante.

Chiusura con il Liquore Curacao Mediterraneo il cui presupposto è raccogliere “dalle rigogliose coste del Mar Mediterraneo diverse varietà di agrumi, tra cui le arance, il bergamotto e il magnifico cedro”.
Al naso una sinfonia di rara complessità richiama il panettone, mentre al gusto si riconoscono pompìa candita, melone, pera Madernassa e yuzu.
Il finale è un trionfo fruttato avviluppato da melata e saba.

Preziosi dettagli li aggiunge Fabio Massazza nel video che segue.
Info: https://www.doragrossa.it/
Distribuzione: https://www.propostaspirits.com/produttori/produttore/doragrossa/ ; https://www.propostavini.com/produttori/produttore/doragrossa/
Catalogo Spirits: https://www.propostavini.com/cataloghi/catalogo-proposta-spirits-2026/