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Specialmente a… Brescia: cosa vedere e dove mangiare tipico

Pubblicato il: 20 settembre 2018 alle 3:00 pm

PREPARATIVI PER IL VIAGGIO

E’ vero quello che dicono in tanti: a Brescia ci si va per lavorare. Quasi sempre è così, ne potrebbe dare testimonianza diretta chi scrive. Se però per una volta cambi la prospettiva e guardi la città con gli occhi da visitatore, ti sorge spontanea la domanda: ma come ho fatto a non accorgermene prima?

Come ho fatto a non accorgermi prima della ricchezza di testimonianze di epoca romana? Come ho fatto a non accorgermi prima di quanta arte antica e moderna contenga? Come ho fatto a non accorgermi prima di quanto ci si mangi e beva bene? Come ho fatto a non accorgermi prima della sua bellezza architettonica in cui è affascinante incunearsi a passeggio?

Già, non ce n’eravamo accorti, ma quando ci siamo tornati da cronisti del bello e del buono, Brescia ci ha rapiti. Ecco perché vi consigliamo di fare la stessa esperienza. E se non bastassero le nostre parole, ecco quelle di massima competenza di Elena Lucchesi Ragni, responsabile del Servizio Collezioni d’Arte dei Musei Civici di Brescia.

Nessuna oleografia: Brescia, come tutte le città, ha le sue contraddizioni. Le conosce bene un bresciano doc come Franco Zanetti, scrittore e saggista, giornalista di lungo corso, oggi tra le massime firme nel campo della critica musicale, direttore della testata on line Rockol.it.

Bresciano di ritorno, sferzante e mai ecumenico, non manca di pizzicare la sua città su qualche difetto atavico, ma alla fine anche lui aggiunge qualche motivo importante per andare a visitarla.

Non ci rimane che andare a verificare di persona i pregi di Brescia…

 

I MUSEI MAZZUCCHELLI A CILIVERGHE DI MAZZANO

Se state andando a Brescia in automobile, prima di entrare in città, fate tappa obbligata qui, o altrimenti andateci appositamente, perché meritano di essere scoperti i Musei Mazzucchelli.

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Si trovano a Ciliverghe, frazione di Mazzano, in via Gianmaria Mazzucchelli 2, una manciata di chilometri fuori Brescia, collocati dentro la bellissima Villa Mazzucchelli, evoluzione architettonica settecentesca di una casa padronale del ‘500.

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Oltre le sedi museali, la stessa villa vale una visita, essendo stata dichiarata non a caso monumento nazionale: sul sito a essa dedicato viene descritta come “lombarda nell’impostazione complessiva, nell’usuale schema ad U, mentre lo scenografico pronao, unico in tutto il territorio lombardo, è di evidente stampo palladiano, ed è stato realizzato con l’impiego di sei colonne provenienti dall’antica chiesa di San Pietro de Dom (demolita per far posto al Duomo nuovo di Brescia)”.

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I Musei Mazzucchelli sono due: il Museo della Moda e del Costume e il Museo del Vino e del Cavatappi.

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Il Museo della Moda e del Costume ha la rara capacità di intrigare sia i fashion addicted che gli appassionati di antropologia.

La collezione dichiara seimila pezzi tra “abiti, accessori, cappellini, fazzoletti, ombrellini, ventagli, guanti, monili, biancheria intima e da casa, paramenti sacri”, databili dalla metà del Settecento fino alla nascita dell’alta moda nel Novecento.

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Cinque le sezioni. La prima, dedicata all’alta moda, vede presenti le firme di Sorelle Fontana, Capucci, Genny, Ungaro, Balenciaga e Versace: di estremo interesse i loro capi di più lontana datazione, i quali consentono una panoramica sull’evoluzione del gusto nell’abbigliarsi.

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La seconda sezione ospita abiti e accessori del XIX secolo, mentre la terza è incentrata sulla filatura e la tessitura: oltre a capi e prodotti, vi si trovano attrezzi, utensili e macchinari antichi.

Curiosa la quarta sezione che espone biancheria intima femminile, documentandone l’evoluzione dai mutandoni ai moderni reggiseni e slip.

La più emozionante ci è però sembrata la quinta sezione, dedicata al mondo della Fanciulla: costituisce uno dei nuclei originali dell’esposizione, visto che nel 1995, anno di inaugurazione, la struttura si chiamava Museo della Donna e del Bambino.

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Intenerisce vedere pezzi di abbigliamento infantile e giocattoli del periodo in cui l’umanità non godeva del benessere e della tecnologia odierni. Molti di questi oggetti infatti fanno riferimento alla cultura contadina, hanno una fattura estremamente semplice, eppure sembrano possedere un cuore, trasmettendo una poesia introvabile negli ammennicoli evoluti (?…) di oggi.

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Già la sala che li ospita, da sola, meriterebbe il viaggio, ma c’è ancora molto altro: seguiteci…

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Il Museo del Vino e del Cavatappi è una tappa imprescindibile per i cultori dell’enologia.

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La collezione, costituita da Piero Giacomini a partire dagli anni ottanta, conta oltre 2.300 pezzi: taste vin, strumenti e oggetti d’uso, incisioni, nonché la prima collezione mondiale di Wine Stopper.

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Obiettivo dichiarato dell’allestimento è fornire “una prospettiva storica, demoetnoantropologica, artistica e ludica” della coltivazione della vite, della vinificazione e del consumo del vino.

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L’esposizione si sviluppa su tre livelli della villa, ciascuno corrispondente ad altrettanti settori: Coltura della vite, Vinificazione, Degustazione e consumo del vino.

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Nella sezione Coltura della vite si trovano gli attrezzi del vignaiolo, dai falcetti ai diversi torchi per la pressatura.

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La sezione della Vinificazione ospita strumenti per il prelievo di campioni, densimetri, termometri, soffietti, pompe per il travaso del vino nelle botti, filtri per l’illimpidimento dei vini, vinometri, bagnomaria, ebulliometri e distillatori, tra  i quali ricordiamo uno in rame del Settecento.

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La sezione dedicata a degustazione e consumo del vino è dedicata ai cavatappi d’epoca.

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Vanto del Museo, per le sue dimensioni mondiali, mette in mostra pezzi di ogni forgia, “da quelli inglesi, sofisticati, a quelli di origine francese per continuare con gli italiani e i tedeschi”.

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Tra le mille curiosità, colpiscono i tappi a soggetto antropomorfo, recanti il valore aggiunto dell’ironia.

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LE INCISIONI

Tra tantissimo pregio, la nostra preferenza emotiva va alla sezione disegni, incisioni e stampe che conserva una raccolta di opere grafiche, costituita da quasi 700 pezzi.

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BACCANALE
Autore: Philippe Galle (Haarlem 1537 – Anversa 1612) ;
Epoca: fine XVI – inizio XVII sec. ; Tecnica: bulino
Descrizione: L’incisione fa parte della serie “I quattro grandi poteri”, costituita da quattro tavole allegoriche d’analoga impostazione incise da Philippe Galle da composizioni di Gerard van Groeningen.

Questa parte del Museo viene così presentata: “le incisioni, databili dal XVI secolo, illustrano il mito di Dioniso lungo i secoli, la fortuna dell’allegoria della vite nella cristianità e, in alcuni casi, documentano le tecniche di vinificazione”.

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LA FAMOSA BOTTE DELLA CITTÀ D’EIDELBERGA
Autore: Filosi Giuseppe (attivo a Venezia nel 1732 – 1757) ; Epoca: 1739; Tecnica: bulino
Descrizione: L’incisione riprende con alcune varianti l’illustrazione del primo volume della celebre opera di Maximilien Misson “Nouveau voyage d’Italie fait en l’année 1688 avec une Mémoire contenant des avis utiles à ceux qui voudront faire le même voyage”.

Il pregio immenso delle opere in oggetto tuttavia non è soltanto storico, ma anche e soprattutto artistico: la qualità del segno è elevatissima, con alcuni pezzi decisamente sublimi.

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ALLEGORIA DELL’AUTUNNO
Autore: Giovanni Battista Volpato (Bassano del Grappa/VC 1740 – Roma 1803 ;
Epoca: 1770-1780 ca. ; Tecnica: bulino e acquaforte
Descrizione: L’incisione fa parte della serie “Le quattro stagioni” incisa da Volpato all’epoca del suo soggiorno veneziano (1770 circa) e del felice sodalizio artistico con Francesco Maggiotto, responsabile dell’ideazione delle scene.

Sei lì spinto dall’amore per il vino, ma ti trovi ghermito nel gusto da un’autentica esposizione d’arte che potrebbe soddisfare anche i più fini palati dei cultori della creatività pittorica.

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LE ROI BOIT (Il re beve)
Autore: Ephraim Gottlieb Krueger (Dresda 1756 – 1834) ; Epoca: 1805 ; Tecnica: acquaforte
Descrizione: L’incisione riproduce un dipinto di Jacob Jordaens conservato al Louvre ed è stata realizzata per il secondo volume della monumentale opera “Musée Français. Récueil complète des tableaux, statues et bas-reliefs qui composent la collection nationale” in quattro volumi, stampata a Parigi tra 1803 e 1809. Le stampe, uscite in un primo momento in dispense, furono rilegate poi in volumi secondo criteri non sempre omogenei.

Abbiamo chiesto una visione d’insieme sulla struttura a Pierangela Gemignani, vicepresidente della Fondazione Giacomini Meo Fiorot che gestisce i Musei Mazzucchelli.

IL MUSEO DI SANTA GIULIA E IL CAPITOLIUM: LE RADICI DI BRESCIA

Definisce programmaticamente il proprio come “un viaggio attraverso la storia, l’arte e la spiritualità di Brescia dall’età preistorica ad oggi” il Museo di Santa Giulia.

Un viaggio illuminante (anche) per chi ha presente Brescia (soltanto) per gli eventi della storia recente, come la tragica cronaca terroristica degli anni ’70, o per i fasti risorgimentali che ne fecero la Leonessa d’Italia, più che per le radici galliche e romane.

A riaccendere i riflettori sulla Brescia antica è stata l’Unesco che ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’Umanità le vestigia del centro storico che rientrano nel sito Longobardi in Italia: i luoghi del potere.

Tra questi, il complesso monastico longobardo di Santa Giulia oggi sede dell’omonimo museo e il Capitolium sono i due luoghi senza visitare i quali è impossibile capire Brescia.

Il Museo di Santa Giulia, giustamente definito “museo della città”, si espande in tutte le parti di cui è composto il complesso monastico: la basilica longobarda di San Salvatore e la sua cripta…

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… l’oratorio romanico di Santa Maria in Solario…

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… il Coro delle Monache…

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… la cinquecentesca chiesa di Santa Giulia e i chiostri.

L’istituzione dichiara undicimila pezzi tra “reperti celtici come elmi e falere, ritratti e bronzi romani, testimonianze longobarde, corredi funerari, mosaici e affreschi”.

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In questa grande collezione si trova l’opera in bronzo eletta a simbolo della città: la Vittoria Alata.

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IL CAPITOLIUM

A pochi passi dal Museo Santa Giulia si trova il Capitolium, area archeologica di grandissimo fascino, oggetto di una intensa azione di recupero e valorizzazione.

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Siamo nel cuore dell’area archeologica in pieno centro urbano: tra un santuario del I secolo a. C. e il teatro del I-III secolo d. C. si staglia il Capitolium, datato 73 d. C., oggetto ancora di lavori di scavo e approfondimento. Lo straordinario fascino emanato dalla struttura viene arricchito da un’installazione interna che permette di rendere interattiva, ludica e didattica la visita.

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Significativamente dislocati entrambi in via dei Musei, Museo Santa Giulia e Capitolium sono il necessario viatico per entrare nel cuore antico di questa città, come ci conferma Elena Lucchesi Ragni, responsabile del Servizio Collezioni d’Arte dei Musei Civici di Brescia.

Info: www.bresciamusei.com

OSTERIA AL BIANCHI: LA CUCINA DEI BRESCIANI E IL VINO CITTADINO

“I bresciani vanno a mangiare al Bianchi”: suona perentorio come un dogma questo assunto trasmessoci da un collega giornalista, ma la verifica empirica lo ha confermato. Andrebbe aggiunto che un indigeno ci va se vuole mangiare bresciano. Perché al Bianchi si mangia bresciano. Rigorosamente, fieramente bresciano.

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E non suoni come un recinto che ne limiti l’espressione culinaria: questa è una cucina che andrebbe tutelata dall’Unesco come gli antichi monumenti della città. Perché antica è la sua storia e monumentale è la capacità di trasmetterla dei Masserdotti padre, figlio e nipote.

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(Franco, Alessio e Michele Masserdotti)

Papà Franco lo chiarisce subito quando sotto i baffoni canuti ti porta in tavola i salumi che lui stesso produce a Zone, sopra il lago d’Iseo: dall’allevamento, alla lavorazione della carne, fino a quando viene insaccata, è tutto lavoro delle sue mani prodigiose.

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Potete immaginare allora quali profumi e sapori sprigionino pancetta, coppa, speck e salame da lui prodotti alla casalinga.

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Nel frattempo il figlio Michele vi avrà portato l’aperitivo tipico bresciano, il pirlo. Non sapete cosa sia? Ve lo spiega proprio lui, realizzandolo davanti ai vostri occhi.

A questo punto, soprattutto se nel frattempo avrete provato i bertagnì di merluzzo fritto, potreste non esservi ancora seduti e sentirvi già appagati: ma siamo soltanto all’inizio.

Se siete qui per la prima volta, il percorso è obbligato. Si comincia con un bis: Malfatti e Casonsei bresciani, entrambi conditi al burro fuso.

Al condimento dei Malfatti si aggiunge la freschezza della salvia, quasi a ingentilire l’impegnativa consistenza dell’impasto: fitto, denso, resiste gentilmente alla pressione dei denti, per poi invadere tutta la bocca di sapienza antica. Vi sfidiamo a non chiudere gli occhi durante la masticazione: un’esperienza mistica.

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Siccome il misticismo può sfociare nel proselitismo, abbiamo chiesto ai Masserdotti di diffondere il loro verbo culinario: eccovi così la ricetta dei Malfatti, scritta di loro pugno digitale.

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Si passa dal misticismo al limite delle espressioni da invasati quando invece ci si imbatte nei Casoncelli bresciani, con il loro classico ripieno senza carne, bensì di pane raffermo a tocchettoni lavorato con latte e uova, avviluppato da solida pasta tirata a mano.

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Come davanti ai grandi misteri, dopo questi due piatti si rimane lì a chiedersi quale sia l’arcano di tanta bontà: Franco e Michele ci hanno accennato la ricetta e notata la nostra curiosità ci guardano sornioni, vorrebbero dire e non dire. Dire cosa? Che l’ultimo recondito segreto è il burro. Sì, il burro di Zone. A nostra memoria, il burro più buono del mondo!

A questo punto, fate gli occhi imploranti a Franco e Michele, come i bambini teneri che ti chiedono con delicata insistenza di esaudire un loro capriccio: pochi istanti di resistenza e uno dei due cederà, portandovi in trionfo un giallo panetto di questo burroso miracolo. Vedrete però che uno di loro vi rimarrà a fianco: perché una volta che avrete iniziato a provare questo burro a crudo, spalmato sul pane, sarete assaliti da un raptus e soltanto l’energico intervento di un Masserdotti potrà impedirvi di finirlo tutto. Resistete alla tentazione delle lacrime: il ricordo di quel burro vi accompagnerà per tutta la vita, mutando in malinconia ogni volta che ne assaggerete un altro qualsiasi.

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Si riparte con un altro bis obbligato: manzo all’olio e stracotto di asino.

Il manzo all’olio, cotto in extravergine, è uno dei più importanti piatti identitari di tutto il territorio bresciano: pur nell’apparente semplicità, richiede pazienza e maestria nella preparazione. Ci è capitato di provarlo in un rinomato ristorante stellato e, pur buono, non era neanche pallidamente assimilabile all’eccellenza di quello dei Masserdotti: sembra di mangiare una crema di carne, indescrivibile adeguatamente a parole.

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Lo stracotto di asino, cotto a lungo nel vino Curtefranca Rosso della Franciacorta, servito con la polenta, è un piatto rigoroso: i pezzi rimangono fitti e restituiscono il vero sapore di questo tipo di carne. Un gusto molto diverso da quello del pur ottimo tapulone di Borgomanero e in generale del novarese, in cui la carne viene tritata o sfilacciata, comunque ammorbidita.

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Abbiamo chiesto di nuovo un regalo ai Masserdotti, rivelarci la ricetta anche di questo piatto: lo hanno fatto…

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Anche se non ne potrete più, i gestori vi porteranno la loro mousse di zabaione, servita al bicchierino: pur satolli, non rimandatela indietro, non sapete cosa vi perdereste!

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Non ci sono foto o resoconti che possano davvero restituire l’autenticità di questo posto più delle parole vive di chi lo gestisce da anni, affiancato adesso da altre due generazioni di discendenti: Franco Masserdotti.

Mentre vi appuntate l’indirizzo dell’Osteria Al Bianchi, via Gasparo da Salò 32, vi parlavi del vino unico che potrete provare qui…

IL VINO DI BRESCIA: L’INVERNENGA

Sì, avete letto bene, “il vino”: uno solo. Non perché gli altri non valgano, anzi, c’è una carta misurata ma con varie delizie, dalle bollicine della Franciacorta al sottovalutato ma splendido Groppello del Garda in ottime versioni.

Ma se si è qui per mangiare davvero bresciano, si deve bere bresciano. Bresciano nel senso vero e proprio, perché parliamo dell’unico vitigno autoctono di Brescia, l’Invernenga, così intimamente legato alla città da crescere addirittura dentro il perimetro urbano.

Documentato con certezza fin dai primi dell’800 ma forse presente già in epoca romana, così chiamato perché era possibile conservarne l’uva e consumarla nella stagione invernale, i locali garantiscono che questo vitigno a bacca bianca esiste soltanto in un fazzoletto di terra che cinge il castello di Brescia, altri si spingono a sostenere della sua presenza anche intorno alla città, ma poco importa: è un’uva identitaria di una comunità come poche al mondo.

E’ certa invece la limitatissima quantità della produzione, anche perché le sue vigne sono arrivate a un passo dall’essere del tutto abbandonate.

Vino-Invernenga

Una produzione talmente limitata che i Masserdotti ne avevano appena finito le ultime bottiglie, quando siamo arrivati. Minacciando di darci fuoco se non ce ne avesse fatto assaggiare almeno un goccio, il buon Michele si è attaccato al telefono e ha scomodato chiunque per trovarne ancora qualche avanzo di cantina.

In men che non si dica, abbiamo visto arrivare trafelata una bella signora in bicicletta, con un sorriso intatto per nulla offuscato dalla sgambata e un cesto di vimini contenente due bottiglie per noi preziose più dell’oro: i due vini realizzati dal Progetto Urbano dell’Associazione Brescia per Passione, uno dei quali è proprio l’agognata Invernenga!

La signora in bicicletta? E’ semplicemente Laura Castelletti, ovvero, il vicesindaco di Brescia (sic!), nonché assessore alla Cultura, Creatività e Innovazione. Non l’abbiamo lasciata andare via prima di raccontarci cosa sia il Progetto Urbano che ha condotto alla produzione di questi vini.

Alle parole del vicesindaco Castelletti, aggiungiamo il racconto di chi questo vino lo fa: “salite in Castello, raggiungete “Torre dei Francesi” e arrivati alla ringhiera, quello che vi trovate sotto il naso sono i sopra citati quattro ettari, mentre alzando il testone vi trovate dinanzi a un piccolo anfiteatro vitato alla base del quale c’è quell’ettaro e mezzo che Andrea Arici, io e Nico Danesi abbiamo scelto di prendere in gestione dopo l’esperienza che dal 2004 ci vede vinificare l’Invernenga, un vitigno esclusivamente bresciano a bacca bianca. Il vigneto è composto per il 65% da Invernenga di cui un 70% con piante molto vecchie (alcune davvero vecchissime) allevate a pergola, mentre il restante 30% a cordone speronato di circa dieci anni in prevalenza ancora Invernenga e il restante Chardonnay. Il resto è ancora una vecchia pergola a nebbiolo, marzemino, barbera e schiava, tipiche varietà della fascia prealpina; da questo pezzo di terra nel 2011 abbiamo ricavato poco meno di 6mila bottiglie suddivise nelle due tipologie e dopo un anno, il vino è pronto per essere venduto. Abbiamo realizzato due vini a partecipazione condivisa con l’associazione “Brescia per Passione” la stessa che si occupa con noi della vendemmia e la stessa che con questi vini (con una parte del ricavato) autofinanzierà le proprie attività a favore della città di Brescia e non solo. Le etichette sono state disegnate da Filippo Minelli (uno dei più importanti artisti contemporanei in attività) e dell’ormai moglie Marta Comini e sono bellissime!”.

(Info: www.terrauomocielo.net)

Vino-Invernenga2

Eccoci infine alla prova. Il Ronco di Collefiorito, grazie all’Invernenga, al palato è talmente originale nel suo mischiare freschezza, acidità e sentori floreali, da rendere unico il bouquet e gradevolissimo il gusto. Di buona struttura, può reggere tutto il pasto, affermando ancora una volta che quando il vino si sposa al cibo del territorio, salta completamente la convenzione degli abbinamenti-tipo bianco col pesce e carne col rosso.

Meno esaltante il blend del rosso Colle del Cidneo, il quale comunque ha la tipica sincerità del vino contadino. Il nome del vino è un omaggio proprio a quel Colle Cidneo lungo il cui versante settentrionale si sviluppa il vigneto urbano di cui abbiamo parlato, certificato come il più grande d’Europa.

Da qualche parte l’Invernenga viene definito un vino “introvabile”: lo sarà per tutti, ma non per l’Osteria al Bianchi! Qualunque desiderio di brescianità enogastronomica voi abbiate, basta chiedere a loro e lo esaudiranno!

Info: www.osteriaalbianchi.it

I TRE DOLCI DELLA TRADIZIONE BRESCIANA

Bussolà, Persicata, Biscotto Bresciano: sono i tre cateti su cui poggia il teorema di Massari sulla cultura dolciaria della città della Vittoria Alata.

Tre dolci della tradizione povera, nati spesso da una povertà antica difficile da immaginare nella ricca Brescia di oggi. Stupisce e ammalia che a ricordarsene sia una sta mondiale dell’enogastronomia, quel premiatissimo Iginio Massari che tra i tanti allori ha ricevuto anche quello di miglior pasticcere d’Italia.

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Abituato agli onori dei media e alle luci della ribalta televisiva, Masterchef di Sky in testa, non lo immagini impegnato strenuamente in difesa dei prodotti più semplici, poveri ma identitari della sua amatissima città, nella quale è sempre rimasto.

La città in cui nel 1971 ha aperto la Pasticceria Veneto: da qui è partito alla conquista del mondo e qui ritorna sempre.

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Lo puoi trovare alle 8 della sera che sistema i tavolini esterni del locale sotto una pioggia battente. Un locale dove, pur in mezzo a un trionfo di quell’altissima pasticceria artistica che fa svenire influenti critici e sofisticati gourmand, troneggiano comunque loro, i prodotti che si porta dietro dalla memoria di bambino, quando rappresentavano una delle rare gioie zuccherate di chi poco o nulla aveva.

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Lo abbiamo visto in tv sicuro e imponente sciorinare la sua autorevolezza, dicendo la sua sui massimi sistemi dell’arte pasticcera.

Lo vediamo di persona con un’altra luce nello sguardo. Sarà perché non gli chiediamo di creme raffinate o di prodezze caramellate, ma dei dolci della sua città. Pur nel suo rigoroso aplomb, sembra affacciarsi in quello stesso sguardo un’emozione diversa.

Allora ci tira fuori alcune delle ponderose pubblicazioni e ce le fa leggere a voce alta: seduti in un tavolino del suo locale, al ripario dal diluvio, ci impartisce una lezione di Storia da Master universitario. Dice parole definitive sull’influenza decisiva delle abitudini alimentari nelle vicende antropologiche. Erige un monumento a chi le vicende dell’Umanità le ha decise alla luce fioca di un tinello anziché tra i bagliori di una battaglia epocale.

Ci commuove senza usare un filo di retorica. La potenza la lascia ai fatti: parlano di una tradizione semplice, di storie quotidiane.

Eccone un sunto.

Ah, abbiamo dimenticato di dire che le cose di cui parla Massari sono buone, tanto buone da mangiare: quasi ce ne dimenticavamo, irretiti nell’intelletto.

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La sofficità burrosa del Bossolà sbalordisce: è leggera come una carezza della nonna, come quella mano familiare dispensa una bontà senza indelebile nella memoria.

La Persicata è di un gusto talmente esagerato che non puoi credere nella estrema semplicità dei suoi ingredienti: le pesche del bresciano diventano più potenti del peyote, tanto è allucinante quella concentrazione di sapore.

Il Biscotto Bresciano è buono così, ma lo senti che ti chiede con forza di essere tuffato nel latte per esaltarsi. Un consiglio: evitate di offenderlo con latti globalizzati, cercategliene uno munto nella vostra zona e che sia intero. Oppure un latte di capra, naturalmente dolce di suo, il massimo dell’incontro.

Come il massimo dell’incontro è stato il tempo trascorso con Iginio Massari.

 

IL BOSSOLÀ RACCONTATO DA IGINIO MASSARI

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Il Bossolà è IL dolce natalizio di Brescia, ma alla pasticceria Veneto di Iginio Massari, la più importante della città (e non soltanto), lo si trova tutto l’anno. Perché? Per la ragione che Massari è convinto non soltanto della sua importanza storica ma anche del pregio del suo gusto che sarebbe un peccato relegare alle sole festività.

Su questo dolce girano leggende e false verità: Massari ci aiuta a sviscerarne la vera storia.

 

LA PERSICATA RACCONTATA DA IGINIO MASSARI

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La Persicata ha origini antichissime (romane), radici lontane (la Persia da cui fu importata la materia prima), citazioni storiche (Artusi) e contese in atto (con la città di Ferrara), ma la storia che ne riferisce Iginio Massari della pasticceria Veneto di Brescia è molto più semplice: parla di povertà e dei pochi ingredienti a disposizione della cucina della civiltà contadina.

 

IL BISCOTTO BRESCIANO RACCONTATO DA IGINIO MASSARI

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Può capitare che un biscotto erede della rustica semplicità di un tempo possa tornare in auge a causa dell’ansia dietologica della società opulenta: è quanto sta accadendo con il Biscotto Bresciano.

Ci spiega tutto Iginio Massari della pasticceria Veneto di Brescia.

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