Alchimia. La rivoluzione del design italiano, retrospettiva sul collettivo all’ADI Museum di Milano

Era decisamente necessaria un’esposizione riassuntiva ed esaustiva che celebrasse l’influenza del “collettivo milanese fondato da Alessandro e Adriana Guerriero nel 1976 e attivo fino al 1992”, (anche) per questo è stata accolta con molto favore la mostra Alchimia. La rivoluzione del design italiano che è possibile visitare all’ADI Museum di Milano fino al 22 gennaio 2026.

Infatti, per quanto la tappa inaugurale si sia tenuta al Bröhan-Museum di Berlino da aprile a settembre del 2025 sotto la curatela di François Burkhardt e Tobias Hoffmann, con il suo approdo a Milano la mostra si è insediata nella “città che vide nascere l’esperienza di Studio Alchimia, in una versione ripensata e ampliata, con un inedito allestimento concepito da Alessandro Guerriero stesso”…

… proponendosi in guisa di “un dispositivo poetico e visionario che invita il pubblico a salire sul tappetozattera, come Guerriero lo definisce, una struttura simbolica che sospende il quotidiano per immergersi nello spirito utopico e sperimentale che ha reso Alchimia un’esperienza unica nel panorama del design italiano”.

Nelle note dell’evento viene sottolineato come “in un momento di profondi cambiamenti sociali e culturali, Alchimia è stato un laboratorio di libertà e contaminazione in cui design, architettura, arti visive, moda, musica e performance si sono intrecciati per dare forma a un linguaggio nuovo, ironico e poetico”, facendo leva sulla teoria del “design banale” e in questo modo sovvertendo “le regole del funzionalismo e dell’estetica industriale, restituendo al progetto il valore di racconto, simbolo e interpretazione del mondo”.

In un allestimento da visitare in forma di circumnavigazione totale si contano “oltre centocinquanta opere tra oggetti, arredi, schizzi, fotografie, tele e video, per raccontare la storia del collettivo e il suo impatto sulla cultura visiva contemporanea”.

Molti i pezzi iconici che fanno vibrare lo sguardo, dalla sedia–tavolo Zabro di Alessandro Mendini prodotta Zanotta nel 1984 che nell’incrociare forme geometriche sembra richiamare arcaici culti solari…

… al tradimento del dogma della linea retta praticato con scherni decorativi dallo Studio nella Collezione Mobile Infinito (1990-2000)…

… passando per la ieraticità beffarda verso una malintesa idea di modernità siglata da Ettore Sottsass con la sua distopica Seggiolina da pranzo del 1978…

… fino al richiamo vintage del Redesign Credenza anni 40’ da una rivisitazione di Alessandro Mendini (1978)…

… e lo stesso designer che elegge un modello di moto Laverda a sintesi cinetica della pop art decorativa nel 1985, immobilizzando il centauro e facendo implodere le schegge di velocità sulla sua carena post-futurista.

Un tributo doveroso che consente all’osservatore di dividersi tra la soddisfazione intellettuale dello studio oggettivo e il godimento istintivo della sollecitazione emotiva.