Il Teatro Olimpico di Vicenza di fine ‘500, ultimo capolavoro architettonico di Andrea Palladio

Un abbraccio possente capace di irretirti alla maniera stendhaliana, trascinandoti nel suo gorgo materico semiconcentrico in cui lo sguardo precipita verso monumentalità attiche rese ancora più mitiche dall’assenza in scena dell’umano, come se il palcoscenico fosse interamente dominato dagli dei dell’ingegno: rimani piacevolmente scosso e attonito pur nello stato di estasi innanzi alla meraviglia inenarrabile del Teatro Olimpico di Vicenza, non soltanto opera finale del genio Andrea Palladio ma anche quella definitiva per sancirne la statura colossale, tra vette creative quasi inimmaginabili per altri e un ruolo seminale nel definire la modernità degli ambienti antropizzati.

E’ il febbraio 1580 quando il teatro viene commissionato dall’Accademia Olimpica, un “sodalizio d’importanti personalità vicentine nell’ambito delle lettere, scienze ed arti, di cui lo stesso Palladio era socio”.
Palladio lo concepì da settantaduenne con alle spalle una carriera clamorosa capace di assicurargli una fama da star internazionale, un percorso carico di prestigio lungo il quale “aveva già realizzato allestimenti effimeri per spettacoli e rappresentazioni”.
Evidente l’ispirazione “al modello di teatro all’antica, sulla scia della riscoperta rinascimentale degli studi di Vitruvio e nel contempo fungeva da luogo autocelebrativo per l’aristocrazia vicentina, ispirandosi agli stessi ideali classici sostenuti dai componenti dell’Accademia”.
Infatti lo schema del teatro richiama esplicitamente quelli del mondo classico, riuscendo però a modernizzarne l’assunto per creare una mirabile osmosi con la morfologia dell’area destinata alla sua fabbricazione, in quella piazza Matteotti in cui ancora oggi si mostra nella sua intonsa bellezza, con il vanto di essere il primo teatro stabile coperto del Rinascimento.

Ma anche il destino ha le sue architetture, interpretabili ora come beffarde ora invece tese a sublimare la metafora di una leggenda, così accade che Palladio muore “a meno di sei mesi di distanza dall’inizio dell’impresa, trasformando così quest’esperienza in una sorta di testamento culturale dell’architetto”.
Come riportato da Elisa Avagnina nel volume Il Teatro Olimpico Vicenza (Marsilio, Venezia, 2011), una volta completato, il teatro viene inaugurato il 3 marzo 1585 con la trionfale rappresentazione dell’Edipo tiranno di Sofocle.

Un episodio ben esplicitato nella narrazione disposta su grandi pannelli lungo il percorso che conduce all’edificio scenico, tra cronache dell’epoca…

… e preziose note sulla progettualità di questo capolavoro, oltre a un suggestivo apparato iconografico.

Nello studio a varie firme La città di Vicenza e le ville del Palladio nel Veneto curato dall’Ufficio Unesco del Comune di Vicenza nel 2009 si spiega come il Teatro Olimpico, situato nel settore nord-occidentale del Palazzo del Territorio, quasi nasconda all’esterno il suo splendore, mentre “all’interno della scatola muraria precostituita delle antiche prigioni comunali, pur tenendo fede allo schema geometrico vitruviano, egli traduce la matrice circolare del modello in un impianto ellittico: lo spazio del teatro, assai complesso ma insieme estremamente unitario, è composto da una zona destinata agli spettatori (cavea) semiellittica inscritta in un rettangolo schiacciato e da un imponente proscenio rettangolare, dai cui ingressi si dipartono a raggiera sette scene lignee prospettiche”…

… “raffiguranti le sette vie di Tebe, concepite espressamente in funzione dello spettacolo inaugurale del teatro (l’Edipo tiranno di Sofocle) ma sopravvissute nei secoli, opera dell’architetto vicentino Vincenzo Scamozzi (1548-1616)”.

Il raffinato talento di Scamozzi viene celebrato anche con il contributo di alcuni rari reperti d’epoca, quali lumini a olio di latta o vetro usati per l’illuminazione delle sue scene lignee, esposti nelle altre sale dell’edificio.

La descrizione dello studio dell’Ufficio Unesco intanto sollecita l’attenzione pure verso la cavea lignea formata da tredici ripidi gradoni “cinta alla sommità da una loggia corinzia scandita da ventinove intercolumni: statue sono poste all’interno delle nicchie e sulla balaustra che corona in sommità la loggia, in asse con le sottostanti colonne e semicolonne corinzie”.

Seguono particolari raffinati quali richiami a ordini architettonici corinzi, colonne, nicchie dalla notevole plasticità e una sfavillante ricchezza della decorazione scultorea, come il “fitto apparato di statue in stucco che affollano la scenafronte e che decorano la loggia sopra la cavea, risalente al tardo Cinquecento e composto dai ritratti dei membri dell’Accademia Olimpica fondatori del teatro, in veste di antichi eroi classici”.

Nello stesso volume citato si parla anche di Vestibolo e Odeo, ambienti disposti lungo il fianco settentrionale del teatro “destinati a funzioni di ricevimento e di rappresentanza dell’Accademia che contribuiscono a sottolineare l’aspetto monumentale e solenne dell’Olimpico”: è attribuito a Pompeo Trissino, qui celebrato pure da una targa, “il merito della decorazione del primo e dell’edificazione del secondo, tra il 1596 e il 1608”.

Il vestibolo funge ancora oggi da ingresso storico del complesso, suscitando immediatamente un senso di imponenza nell’osservatore, portato a sollevare lo sguardo per cogliere la vorticosa altezza dell’ambiente e ancor più la grazia figurativa di fregi e affreschi parietali che rappresentano in alcuni casi “le azioni più nobili dell’Accademia” in altri divinità olimpiche o “raffigurazioni allegoriche dei mesi e dei corrispondenti segni dello Zodiaco”.

Curioso come, anche in assenza di spettacolo, il visitatore sia portato a sedersi come vinto dall’emozione che lo assale mentre ammira volute sinuose, traiettorie dinamiche, scansioni musicali dello spazio, cedendo a un senso della vertigine alimentato dall’ammirazione per un prodigio estetico così ricco di istanze intellettuali che tracimano nella pura filosofia del divenire.

Uno spaesamento che è bello e formativo condividere con le altre persone in visita, come se la destinazione teatrale volesse mantenere anche in questo caso la sua atavica finalità di godimento collettivo e stimolo di un sentimento comune.
Il passaggio dal Teatro Olimpico di Vicenza rappresenta per tutto questo una tappa imprescindibile del percorso palladiano riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Mondiale.
Immagini per gentile concessione dei Musei Civici di Vicenza.
Info: https://www.teatroolimpico.vicenza.it/it/