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Specialmente… a Bologna: luoghi simbolo

Pubblicato il: 2 agosto 2019 alle 3:00 pm

Bologna la dotta e i suoi portici

La Dotta per l’Università più antica al mondo, la Grassa per la cucina opulenta e sostanziosa, la Rossa per la cromatura dei mattoni che dominano il centro storico. Stiamo parlando di Bologna, capoluogo emiliano e della buona cucina, snodo cruciale tra il nord e sud Italia. Una città mitteleuropea, da sempre antesignana dei mutamenti sociali che hanno investito lo Stivale, in grado di conservare intatta la propria identità nonostante le intemperie globalizzatrici dei nostri tempi.

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E batte ancora forte il cuore antico di Bologna, meta millenaria di studenti provenienti da ogni dove, attirati dalla fama accademica e dalla nomea di città aperta e civile. Superano infatti 80.000 i fuori sede residenti in città, una piccola grande comunità completamente integrata nel tessuto sociale cittadino, animato di notte dalle osterie e dai locali che si annidano per le vie del centro.

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L’università rappresenta uno degli indotti economici più importanti di Bologna, nonché motivo di orgoglio per il prestigio di cui gode in Italia e nel mondo. La fondazione dell’Alma Mater Studiorum risale addirittura al 1088, nata come libera espressione dell’associazionismo degli studenti che selezionavano e stipendiavano in prima persona i docenti.

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Giosuè Carducci vi ricevette la cattedra di Letteratura Italiana nel 1860, diventando docente anche di Giovanni Pascoli, cinque secoli dopo l’immatricolazione del Petrarca a studente di discipline giuridiche. Sono solo alcune delle più illustri figure della cultura italiana transitate assieme a tante altre nel mondo universitario bolognese, considerato la culla del sapere accademico occidentale.

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“Nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino”, cantava Lucio Dalla. La struttura circolare del centro storico, cuore pulsante della vita cittadina, è infatti a misura d’uomo, delimitata dalle antiche mura etrusche che fungono da spartiacque col resto della città. Al suo interno si cammina riparati dagli onnipresenti portici, il tratto distintivo di Bologna che, con i suoi 38 km complessivi, vanta il primato di città più porticata al mondo.

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Bologna la turrita

Un altro degli epiteti coniati per Bologna è la Turrita, per via delle oltre 150 torri che svettavano in città tra il XII e XIII secolo. Parte integrante del tessuto urbano, le torri non rappresentavano soltanto un ornamento architettonico del nucleo medioevale, quanto il potere delle più illustri famiglie bolognesi. La forza e il prestigio del loro nome corrispondeva infatti alla grandezza e alla maestosità delle rispettive costruzioni, utilizzate finanche per scopi militari.

Le torri, oltre a tenere in auge l’onore e la fama dei rispettivi proprietari, costituivano vere e proprie fortezze, bastioni inespugnabili per prevenire eventuali attacchi esterni e contrastare efficacemente dall’alto gli invasori, ricacciati indietro con pentoloni d’olio bollente o di pece.

Dall’età dei comuni l’urbanistica cittadina si è ovviamente ridimensionata, ma a ricordarne le dinamiche del passato sono rimaste le celeberrime Torri degli Asinelli e dei Garisenda, un altro degli emblemi della città assieme a Piazza Maggiore e al Nettuno.

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Entrambe furono erette, al pari delle altre, come emanazione del potere delle rispettive famiglie e rivestivano un ruolo militare strategico, fungendo cioè da sentinelle per gli eventuali avvistamenti dei nemici.

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Le due torri, entrambe pendenti, sorgono nel punto di ingresso della vecchia Via Emilia, snodo cruciale per l’intersezione di strade che conducevano all’antica cerchia di mura.

La Torre degli Asinelli si innalza solitaria nel cielo con i suoi 97 metri ed è visitabile grazie alla scalinata interna formata da quasi 500 scalini.

Una curiosa scampagnata, da sconsigliare però agli studenti in corsa per la laurea; leggenda vuole, infatti, che gli accademici inottemperanti non arriveranno mai a indossare la tanto agognata corona d’alloro!

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La Torre Garisenda, invece, con un’altezza di 47 metri è la minore e la più pendente delle due, nominata più volte anche da Dante nella sempiterna Divina Commedia, a riprova, probabilmente, dei suoi trascorsi bolognesi.

Qual pare a riguardar la Garisenda

sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, che ella incontro penda;

tal parve Anteo a me che stava a bada

di vederlo chinare …

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXXI, 136-140)

 

Piazza Maggiore, cuore di Bologna

Passeggiare senza fretta per le storiche vie del centro, che si diramano a raggiera sotto lo sguardo protettivo delle due torri, permette di scoprire, assaporare, annusare e cogliere l’essenza della città, custodita da Piazza Maggiore.

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Come suggerisce anche il nome, Piazza Maggiore è la piazza principale del capoluogo emiliano, ritrovo per eccellenza dei bolognesi e punto di partenza delle visite turistiche.

Circondata dai maggiori edifici dell’antico borgo medioevale, la piazza nacque per magnificare la sede del governo cittadino e, al tempo stesso, diventare uno spazio popolare in cui allestire il mercato.

Icona tradizionale da cartolina, Piazza Maggiore è il risultato di trasformazioni secolari, tese a rafforzarne la centralità fisica e simbolica che la contraddistinguono ancora oggi.

Quando vi si mette piede per la prima volta, a catalizzare tutte le attenzioni è la superba e incompiuta Basilica di San Petronio, la chiesa più importante di Bologna nonché la sesta più imponente d’Europa.

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Gli interni, con le oltre venti cappelle presenti nelle navate laterali, sono un crogiolo di opere d’arte di epoche e stili differenti, tra cui lavori di insigni pittori come il Parmigianino e Scarsellino.La costruzione del tempio dedicato al santo patrono cominciò sul finire del XIV secolo, ma non terminò mai. Ecco spiegato il motivo della facciata semi spoglia, divisa tra la parte inferiore ornata da eleganti specchiature marmoree tardo classiche e quella superiore priva di qualsiasi decorazione, che conferisce alla basilica un immagine austera, solenne.

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Preziosi dipinti, sculture e cicli di affreschi da contemplare con attenzione, al pari dei due organi a canne posizionati ai lati dell’altare maggiore, tra i più antichi d’Italia.

Completa il lato ovest della piazza Palazzo dei Notai, realizzato nel 1381 dalla società di Notai per farne il proprio centro operativo, simboleggiato anche dall’enorme stemma con calamai e penne d’oca che campeggia sulla facciata principale.

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L’edificio fu successivamente ampliato nel XV secolo, per poi essere restaurato agli inizi del ‘900 da Alfonso Rubbiani che reintrodusse le due bifore gotiche, eliminando una sopraelevazione settecentesca.

Opposto alla Basilica di San Petronio e Palazzo dei Notai sorge invece il Palazzo del Podestà, maestoso complesso architettonico datato 1200. Costruito per accogliere il detentore del potere esecutivo, il podestà, e i suoi funzionari, l’edificio è il più antico di Piazza Maggiore e assolveva funzioni di tipo politico-amministrativo.

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Al suo interno, infatti, avevano luogo le assemblee del consiglio, i cui esiti venivano poi comunicati direttamente in piazza, di fronte al popolo. Il Palazzo del Podestà è attraversato da due strade che si intersecano sotto l’ampio voltone su cui poggia la torre campanaria dell’Arengo, utilizzata nel medioevo per richiamare l’attenzione della popolazione in caso di eventi straordinari.

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A cingere Piazza Maggiore sul lato est è Palazzo dei Banchi, il cui nome è legato ai cambiavalute e banchieri che occupavano lo stabile con le loro botteghe. La facciata teatrale – 1568 –  è opera dell’architetto Jacopo Barozzi, detto Il Vignola, la cui realizzazione quasi scenografica ha omogeneizzato le facciate degli edifici di stampo medioevale antistanti la piazza.

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Sul versante opposto, invece, si erge Palazzo D’Accursio, la sede storica del Comune di Bologna. Originariamente, esso fu l’abitazione dell’insigne giurista e maestro di diritto Accursio, prima di diventare la residenza degli Anziani – il massimo organo giudiziario del XIV secolo – e quindi patria del governo cittadino.

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Il Palazzo Comunale è un agglomerato di vari edifici, progressivamente integrati nel corso dei secoli al fulcro principale, risalente alla fine del 1200. La prima opera di restauro avvenne nel XV secolo per mano dell’architetto bolognese Fioravanti, autore peraltro dell’implementazione dell’orologio nella torre.

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Questo è uno degli ornamenti principali di cui può fregiarsi la facciata, arricchita inoltre dalla regale statua in bronzo raffigurante Papa Gregorio XIII, nato a Bologna e noto per la sua spinta riformatrice all’interno della Chiesa, e quella della Madonna di Piazza con Bambino, splendida opera in terracotta di Niccolò Dall’Arca.

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Nonostante la parziale dislocazione di alcuni uffici nel nuovo stabile di Piazza Liber Paradisus, Palazzo D’Accursio è ancora teatro delle dispute politiche del Consiglio Comunale, presente al primo piano e accessibile tramite il caratteristico scalone storico, ideato per l’entrate trionfale a cavallo dei rappresentanti del governo.

Dalla sfilata di arcaici burocrati in sella ai loro puledri a quella faticosa dei novelli sposi, attesi ai piedi della scala da manciate di riso per suggellare il fresco rituale.

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Il Palazzo del Comune è però anche un luogo d’arte, forgiato nelle sue sale interne da affreschi d’autore, come quelli di Angelo Michele Colonna presenti nella Sala del Consiglio Comunale, nonché casa del museo permanente dedicato al pittore Giorgio Morandi.

Adiacente a Piazza Maggiore si apre Piazza Nettuno, dominata dall’omonima fontana,  semplicemente conosciuta tra gli abitanti con l’appellativo Il Gigante.

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Nell’immaginario collettivo locale, il Nettuno rappresenta una colonna portante per i bolognesi, custode di un idem sentire che genera un senso di appartenenza alla propria città.

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L’opera fu realizzata nel 1565 interamente in bronzo dallo scultore fiammingo Jean de Boulogne, detto il Giambologna, come gesto di rivalsa dopo il mancato trionfo nel concorso fiorentino per la realizzazione del medesimo soggetto, destinato a Piazza della Signoria.

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Il MAMbo di Bologna, centro di gravità culturale permanente

A consolidare l’immagine culturale di Bologna ha contribuito la creazione del MAMbo, il Museo d’Arte Moderna, nonché sede dell’Istituzione Bologna Musei.

Una struttura un po’ retrò ricavata dall’antico forno comunale, trasformato nel centro privilegiato per la sperimentazione postmoderna dell’arte nel solco della ricerca “delle più innovative e pulsanti pratiche di sperimentazione”.

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Il MAMbo sorge  nel complesso della Manifattura delle Arti, eclettico distretto culturale composto dalla Cineteca di Bologna, dai laboratori del dipartimento accademico del DAMS, da quello di Scienze della Comunicazione e dal Cassero, storico circolo della cultura omosessuale bolognese, collegato esternamente al museo dallo splendido Giardino del Cavaticcio.

I primi mattoni dell’edificio vennero posti nel 1915 grazie al sindaco Francesco Zanardi, non per finalità artistiche ma per garantire l’approvvigionamento del pane ai cittadini bolognesi durante la Grande Guerra.

Le condizioni di estrema indigenza di larga parte della popolazione spinsero infatti il primo cittadino all’ideazione di questo enorme centro di panificazione, caratterizzato dalla pianta rettangolare, dalle enormi vetrate e impreziosito esternamente dai decori cementizi realizzati dal professore Roberto Cacciari.

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L’attività produttiva venne differenziata nel 1927 e integrata dalla conservazione dei prodotti alimentari all’interno delle medesime mura, ampliate sotto l’egida dell’ingegner Carlo Tornelli, fino a misurare 105 metri.

Le modifiche sostanziali apportate in quegli anni investirono ovviamente anche gli ambienti interni, attraverso l’installazione stratificata di depositi del vino, di celle frigorifere per la conservazione delle carni e macchinari per la lavorazione dei derivati del latte.

Il fabbricato venne così adibito a Ente Autonomo dei Consumi, fino al fallimento dello stesso nel 1936.

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Per risollevare le sorti dell’antico panificio bolognese intervenne nel dopo guerra il sindaco Zanardi, attivandosi per il ripristino dell’Ente che rimase in funzione sino al 1958.

La successiva gestione dell’edificio passò nelle mani del Comune, diventando la sede di scuole medie prima, dell’officina dell’Istituto Professionale Fioravanti poi, finendo per essere affittato alle iniziative dei privati.

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Il processo di conversione dell’antico forno in dimora d’arte prende corpo a metà degli anni ’90. L’ambizioso progetto poggiava sulla trasformazione della storica struttura in un centro di gravità culturale permanente, mantenendone però intatta l’identità architettonica.

Al termine della ristrutturazione, pianificata dal celebre architetto Aldo Rossi, il MAMbo si presentava suddiviso al suo interno in tre piani, e lo è tuttora, distribuiti sui 9.500 m2 complessivi.

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“Nell’ampio ingresso al pian terreno si affacciano il Foyer e la Sala delle Ciminiere, completa degli originari camini del vecchio panificio, ora adibita a spazio per le esposizioni temporanee. Sono allo stesso piano Bar/Ristorante ex Forno del Pane e il CorrainiMAMbo artbookshop, accedibili entrambi anche dal portico esterno. Il livello più basso è condiviso dal Dipartimento educativo e dalla Sala Conferenze, interrati in un lato e con affaccio sul giardino del Cavaticcio e Manifattura delle Arti dall’altro. La Biblioteca-emerotecad’arte contemporanea è raggiungibile al piano ammezzato. L’intero primo piano è riservato alle sale espositive della Collezione Permanente del MAMbo e di Museo Morandi”.

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La nascita del MAMbo si lega quindi in maniera indissolubile al pilastro museale felsineo, animatore per oltre trent’anni del dibattito culturale cittadino grazie alle presentazioni delle avanguardia a fianco delle riletture della storia dell’arte italiana e internazionale.L’idea di stravolgere caratterialmente lo storico fabbricato rispose all’esigenza di dare asilo alle collezioni e alle mostre d’arte contemporanea della Galleria d’Arte Moderna di Bologna.

La mission del museo andava ben oltre però la semplice ospitalità della storica GAM. Il MAMbo intendeva infatti superare i confini del mero spazio espositivo, proponendosi piuttosto come punto di riferimento sperimentale, sociale e informativo per le nuove leve dell’arte contemporanea, in una cornice internazionalizzata grazie anche all’International Contemporary Art Network. Obiettivo centrato in pieno.

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Dal 2007, anno della sua inaugurazione, il MAMbo è diventato in meno di un decennio il crocevia di innumerevoli mostre prestigiose, assurgendo in breve tempo a luogo privilegiato per le esposizioni di arte contemporanea in Italia.

Il MAMbo può inoltre vantare una collezione permanente per cui vale senz’altro la pena spendere qualche ora del proprio tempo.

Punta di diamante è indubbiamente la sezione dedicata a Giorgio Morandi, con una carrellata di opere che evidenziano l’influenza esercitata dall’illustre artista bolognese sull’arte contemporanea.

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Un aspetto, questo, che crea un filo rosso semantico con le aree tematiche del percorso espositivo, in cui spiccano gli aspetti maggiormente innovativi della pratica artistica dal dopoguerra sino ai nostri giorni, visti attraverso l’esperienza dell’ex Galleria d’Arte Moderna.

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La prima, Arte e ideologia, annovera dipinti del calibro de I Funerali di Togliatti di Renato Guttuso e Morire per Amore di Roberto Sebastian Matta, calibrando come è evidente la propria attenzione sull’aspetto politico e intellettuale degli anni ’60.

La seconda, 1977. Arte e azione, si focalizza sui grandi fermenti socio-culturali in atto a Bologna e in Italia in quell’anno, caricato di significati drammatici ma anche di una ritrovata vena creativa. Fra i maggiori protagonisti della rassegna compaiono Marina Abramovic e Ulay, Gina Pane, Hermann Nitsch e Luigi Ontani.

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La terza, 1968 I – Nuove prospettive, raccoglie opere di Gianni Colombo, Enrico Castellani, Bridget Riley o Giovanni Korompay che compongono il primo nucleo di collezione della GAM, segnato dalle ricerche spaziali e ambientali, e integrato da quelle di Grazia Varisco, Getulio Alviani, Dadamaino, Gruppo T e Gruppo N e da altri interpreti dell’Arte Cinetica e Programmata.

La quarta, 1968 II – Arte Povera, è dedicata all’emergere del movimento italiano tra i più influenti e importanti del XX secolo, basato sul rigetto dell’arte tradizionale attraverso la riscoperta del valore dei materiali “poveri”, quali legno e plastica.

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La quinta, Forma 1, è un omaggio al medesimo manifesto sottoscritto nel 1947 da Carla Accardi, Ugo Attardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato per proporre una mediazione artistica tra astrattismo e realismo, dichiarandosi “formalisti e marxisti, convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili”.

La sesta, L’Informale, muove dalla mostra Informale in Italia tenutasi nel 1983 alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna dedicata a Francesco Arcangeli, fondamentale rivisitazione della tendenza su scala nazionale del movimento che attecchì nel dopoguerra in tutta Europa.

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La settima, Arcangeli: l’Ultimo Naturalismo, omaggia lo storico direttore della GAM nella definizione di quelli da lui definiti, nei due celebri articoli apparsi sulla rivista Paragone negli anni ’50, come gli Ultimi Naturalisti, individuati nei pittori Pompilio Mandelli, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Sergio Vacchi, Sergio Romiti, Vasco Bendini.

L’ottava, Focus on Contemporary Italian Art, si propone come un’officina al servizio delle pratiche avanzate da artisti italiani negli ultimi decenni, subito dopo l’esplosione dell’Arte Povera e della Transavanguardia.

Un laboratorio in continua evoluzione, teso, come si legge sul sito ufficiale del museo, a sostenere i “giovani artisti italiani delle ultime generazioni, aiutandoli nella realizzazione di lavori da presentare in importanti rassegne internazionali e promuovendo innovative pratiche per favorire la crescita generale del sistema dell’arte in Italia”.

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L’ultima, Nuove Acquisizioni, chiude il percorso espositivo della collezione permanente del MAMbo. Un collage espositivo in cui rintracciare le opere di importanti artisti internazionali, ospitate negli anni scorsi con mostre personali, tra cui quelle di Matthew Day Jackson e Planem Dejanoff.

Info: www.mambo-bologna.org

 

Alla Cineteca di Bologna, dove il cinema ritrova se stesso

Riconosciuta come una delle più importanti in Europa, la Cineteca di Bologna rappresenta uno dei pilastri della vita culturale cittadina, grazie anche alle manifestazioni portate avanti in questi anni che l’hanno consacrata a punto di riferimento cinematografico per la comunità.

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Fondata nel 1963, nell’estate del 2000 si trasferisce nel distretto culturale della Manifattura delle Arti, in cui hanno sede il MAMbo (Museo d’Arte Contemporanea”, i dipartimenti accademici di Scienze della Comunicazione e del DAMS, nonché il Cassero, sede dell’Arcigay.

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La Cineteca possiede un vastissimo archivio cinematografico, stimato in circa 46.000 pellicole girate in 35 mm, 16 mm e Super 8, a cui si aggiungono i lasciti di produttori e distributori cinematografici. Un patrimonio culturale di assoluto rilievo, in cui spiccano le collezioni di cinema sovietico, di cinema muto e “popolare” italiano, di cinegiornali e documentari anch’essi italici e, ovviamente, i classici della storia.

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Al suo interno la Cineteca accoglie un’enorme Biblioteca, in cui tutti possono liberamente documentarsi sulla storia del cinema attraverso la consultazione dei 4.000 volumi, 1.100 testate di riviste italiane e straniere dall’epoca del muto ai nostri giorni, 18.000 audiovisivi, 200.000 manifesti cinematografici e oltre 1.500.000 fotografie. Un luogo studiato e pensato per favorire lo studio e la ricerca cinematografica intitolato a Renzo Renzi, tra i fondatori della Commissione Cinema del Comune di Bologna, antenato della Cineteca.

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La dimensione internazionale della Cineteca, trasformata nel 2012 in Fondazione, si deve al laboratorio Immagine Ritrovata, una piattaforma specializzata nel restauro cinematografico che utilizza metodologie in grado di intervenire su materiali filmici di ogni epoca.

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A testimonianza dell’immenso valore dell’opera svolta, l’Immagine Ritrovata è stata premiata il 30 aprile a Londra, ricevendo il prestigioso Focal Award per il Best Archive Restoration / Preservation Title per il restauro del film Manila in the Claws of Light (Lino Brocka, Filippine, 1975).

Apice di un percorso lavorativo in continua crescita, tra le cui tappe figurano anche capolavori italiani come Il Bidone di Federico Fellini e Appunti per un’Orestiade africana di Pier Paolo Pasolini, a cui è dedicato un apposito archivio nella Biblioteca, ma anche numerose pellicole del grande Charlie Chaplin.

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Oltre a fungere da centro di ricerca e conservazione, l’attività della Cineteca si basa ovviamente sulla proiezione di film, fruibili all’interno dello storico cinema Lumière, trasferitosi nel 2003 negli spazi ricavati dalla ristrutturazione dell’ex macello, accanto alla nuova sede della Cineteca.

La programmazione cinematografica è improntata alla diffusione storica del cinema in tutte le sue varie forme, con un occhio di riguardo alle opere non più reperibili nel panorama distributivo, o comunque ignorate dal mainstream.

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La visione dei film è spesso accompagnata da dibattiti e momenti di approfondimento con registi, autori e critici, delineandone così un’identità culturale precisa, probabilmente unica tra i cinema di Bologna.

Il Lumière si compone di due sale, dedicate a Federico Fellini e a Martin Scorsese, divise rispettivamente dalla celebrazione dei classici italiani e la proiezione di film d’essai, specialmente europei.

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La Cineteca di Bologna è inoltre attivissima sul fronte delle manifestazioni cinematografiche, a cominciare dal Biografilm Festival, la rassegna dedicata alle biografie e ai racconti di vita giunta quest’anno alla nona edizione. Un evento mondiale, articolato in conferenze, dibattiti, mostre, concorsi e sezioni tematiche che richiama ogni mese di giugno sotto le torri aspiranti registi, professionisti del settore e semplici appassionati.

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Per poter rivivere l’emozione dei classici intramontabili ecco invece Il Cinema Ritrovato, progetto nato per trasmettere l’ineguagliabile bellezza dei capolavori senza tempo, restaurati e proiettati in prima visione nella versione originale, con i sottotitoli in italiano. Proiezioni suggestive, come quelle in Piazza Maggiore, trasformata in estate in un enorme cinema a cielo aperto in cui assistere gratuitamente alla visione di film d’autore, riscoprendone così il fascino autentico.

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https://www.youtube.com/edit?o=U&video_id=05SiCsrys54

Info: www.cinetecadibologna.it

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