Fellini Museum al Castel Sismondo di Rimini, percorso narrativo nel genio di un maestro del cinema

Un’esposizione di formidabile impatto umano, capace di scatenare emozioni epidermiche e profonde riflessioni interiori, dividendo i visitatori tra coloro che scoprono così uno dei più grandi geni dell’umanità predisponendosi alla futura fruizione dei suoi capolavori, mentre dall’altra parte chi già ha impresso nel proprio vissuto ogni singola scena del Maestro avrà la sensazione di riviverle da protagonista abbattendo la quarta parete: rappresenta un’esperienza formativa e insieme un balsamo per le sensibilità spiccate una visita alla sezione del Fellini Museum allestita al Castel Sismondo di Rimini, definita dai gestori “la parte più emozionale” di un sistema diffuso che onora il regista pure tra Piazza Malatesta e il Palazzo del Fulgor.

Qui, nelle sale dell’antica Rocca Malatestiana, si trovano “allestimenti in grado di produrre una profonda immersione nella poetica e nel mondo di Federico Fellini, ambienti sensibili, pensati con piena coscienza dell’enorme valore del Castello, per un museo di narrazione che permette di esaltare la visionarietà del regista attraverso spettacolari macchine sceniche”, tra fonti documentali, diffusa sorpresa, stimolazione dell’immaginario, affinché lo spettatore possa vivere “un’esperienza unica, personalissima, in un Museo che non vuole (solo) rispondere a domande ma, soprattutto, provocarle”.

Il museo è realmente capace di proiettarti nel mondo felliniano, impiegando magistralmente l’illuminotecnica virandola sul registro umbratile, giocando con chiaroscuri, buio assoluto e tenui squarci di luce ricreando atmosfere notturne fertili per il sogno e la riflessione, avviluppando emotivamente l’osservatore alla maniera di un’opera felliniana, ovvero ghermendo cuore e cervello all’unisono, mentre la grandiosità degli ambienti ti fa sentire piccolo come quando ti poni davanti all’immensità del regista qui celebrato.

Sono le premesse di un viaggio quasi epistemologico nelle istanze creative del Maestro, impaginate come un volume miniato medievale, grazie a una scansione dove ogni stanza assume la sostanza di un capitolo, snocciolando un rosario di temi che si traducono in idilli cinematografici, grazie ai quali ci si ritrova d’improvviso sulla battigia del mare di Rimini…

… puntellata da botole di approfondimenti che aprono parentesi nella memoria dell’osservatore…

… per poi inanellare lampi filologici, tra costumi che hanno fatto storia…

… riportando in mente gli sconvolgenti caroselli sfarzosi di umana vanità con al centro gli abiti dei cardinali di Danilo Donati…

… così come il travagliato rapporto di Fellini con l’ambito della pubblicità, alla quale ha comunque regalato lezioni di stile impareggiabili…

… per poi entrare nei meandri della sua poliedricità, compresa la potente personalità del segno figurativo manuale sospeso tra cromatismi vividi e forme geometriche ricondotte alla morbidezza di curve e rotondità…

… con la capacità unica di proiettare una pellicola ipotetica su un supporto cartaceo, magari frutto della pratica psicanalitica della trascrizione dei ricorsi onirici seguita dal regista su suggerimento di Ernst Bernhard, fino a dare vita a un autentico libro dei sogni…

… per approdare al rapporto essenziale con la musica, come dimostrato dalla presenza di spartiti del fedele sodale Nino Rota…

… senza trascurare un elemento essenziale per il Maestro, la sacralità dell’inquadratura, mai casuale o meramente funzionale, bensì sempre studiata e curata alla stregua di un’opera di quell’arte pittorica tenuta nella massima considerazione da Fellini.

Non viene trascurato nemmeno il compito documentale degli scatti, capaci di farsi cristalli temporali di tranche de vie che regalano una coinvolgente nostalgia…

… quasi un cinema nel cinema mitopoietico, in cui è la vita reale di Fellini a divenire mise en abyme di un’esistenza leggendaria.

Il simbolismo è la scelta forte della curatela, ben consapevole della potenza suggestiva di ogni tocco creativo di Fellini, così già nel momento dell’accoglienza a introdurre nel percorso espositivo è una brillante installazione che ti porta ad alzare lo sguardo verso l’alto, per ammirare una piramide sospesa di fogli fuori formato che intende richiamare il metodo archivistico di un tempo, quando per mettere in ordine i documenti cartacei si infilzavano le pagine una dopo l’altra, mentre le finestre della sala che avviluppano questo intelligente allestimento mostrano immagini delle illustrazioni giovanili di Fellini, quando ancora si esprimeva con la matita e non con la macchina da presa.

L’esposizione attinge anche alla figura retorica della sineddoche nell’eleggere oggetti iconici delle opere felliniane a sintesi di ogni suo capitolo creativo, cogliendo mirabilmente la capacità del Maestro di riassumere in un topos fenomenico slanci lirici e pulsioni terrene di più ampia sostanza rispetto al visibile, così il tragitto è puntellato da elementi del design endogeno di Fellini che divengono a loro volta schermi di proiezione o tele di immagini evocative, come il motocarro Ercole Guzzi che evoca la locomozione di Zampanò nel film La strada…

… in osmosi con una raccolta di primi piani di Giulietta Masina che mettono i brividi per intensità espressiva…

… quindi la statua del Cristo benedicente che vola sulle teste degli spettatori non per virtù divina ma perché più prosaicamente trasportata da un elicottero, sferzata d’apertura con cui La dolce vita frantuma ogni velleità del bigottismo cattolico…

… o, sempre dallo stesso film, la gigantografia materica di Anita Ekberg sullo sfondo della fontana di Trevi, madornale come l’inafferrabile imponenza erotica del suo personaggio alla stessa stregua dell’ipertrofica ossessione del Maestro per le veneri maggiorate dai rimandi materni (ricordate Le tentazioni del dottor Antonio?)…

… con rimandi perfino alla mitologia esternati nell’Uccello meccanico che Il Casanova di Federico Fellini ricava da un disegno dello stesso regista, quasi un’attualizzazione dell’araba fenice filtrata dal delirio per gli automi alla E.T.A. Hoffmann (vedi Olimpia in L’uomo della sabbia)…

… passando inoltre per l’enorme sfera d’acciaio che sfonda le pareti dell’oratorio nella graffiante satira su potere, arrivismo e incapacità di essere comunità contenuta in Prova d’orchestra…

… e per l’altalena che simulando la basculante fortuna terrena ci ricorda un’altra sferzata ai difetti italici, come il cialtronismo di Alberto Sordi seduttore fallimentare benché incarni Lo sceicco bianco…

… e ancora i confessionali al centro delle scene più urticanti di 8½, ancora una scudisciata all’oppio dei popoli in salsa papalina…

… per arrivare quindi a un luogo di rivelazione, la biblioteca di Casa Fellini che dimostra quanta cultura ci fosse alla base della creatività dell’Artista…

… vorace nell’assimilare letteratura e fumetti, scienze occulte ed esoterismo, una curiosità gnoseologica eclettica come la manifestazione del suo cinema…

… con la possibilità per il visitatore di sfogliare alcune pagine grazie a dispositivi elettronici…

… magari per scoprire insospettabili comunioni di intenti con classici della poesia, a partire da Dante e Leopardi…

… ma i libri sono anche quelli, copiosi, dedicati al mondo felliniano, una sterminata enciclopedia di tentativi più o meno felici di spiegare la monumentalità cangiante del Maestro attraverso la scansione di frasi e definizioni, impresa ardua ma necessaria per interrogarsi su un protagonista irripetibile della cultura mondiale di tutti i tempi: per chi volesse avventurarsi in questo dedalo di studi e ipotesi, è possibile leggere digitalmente alcune pagine.

Tanta meraviglia quasi distoglie dalla bellezza della sede, un castello del ’400 di notevole grazia architettonica…

… affascinante anche nel suo mostrarsi spoglio, con spicchi dell’edificio accesi di pregio estetico magari da decorazioni angolari a intreccio del XVI secolo…

… con il tocco di classe di offrire alla vista scorci sotterranei delle antiche fondamenta, giusto a ribadire il suo essere contesto adeguato a ospitare la narrazione di una vetta del Pensiero umano tradotto in Arte.

Si configura in questo modo un composito ecosistema intellettuale legato dal filo conduttore dell’espressione cinematografica dell’autore più influente della storia del cinema.
Il Museo coglie così anche l’attualità dell’opera felliniana, una dimensione eterna che questa eccezionale struttura evidenzia con eleganza pari all’efficacia divulgativa, riuscendo a rendere avvincente la parte didattica e tangibile la dimensione fantastica, creando un dialogo di sguardi tra visitatori e Genio, in un gioco dialettico tra immanente e infinito.
Info: https://fellinimuseum.it/