I vini commoventi della Conservatoria di Albino Armani, da vitigni autoctoni antichi del nord-est

Fare legittimamente business con grandi vini popolari per poi reinvestire con tutto il cuore le risorse nel recupero di vitigni antichi e fragili a rischio d’oblio, dando vita a un’azione virtuosa che contempla la tutela di biodiversità, memoria storica, identità collettiva e archeologia dei sentimenti, facendo confluire tutti questi valori in diamanti vinicoli commoventi, referenze che scaturiscono dall’immensa sensibilità della cantina di Albino Armani che con tutta la famiglia composta dalla moglie Egle Capilupi e dal figlio Federico sono impegnati indefessamente da anni nella Conservatoria, piccolo vigneto in cui vengono trattate con amore antiche varietà praticamente scomparse…

… alcune delle quali riportate in produzione con pochissime ma preziose bottiglie, non a caso distribuite da una realtà dotata di omologa attenzione culturale e grande umanità come Proposta Vini, la quale riporta nelle note su quest’azienda la frase programmatica del titolare: “uve del passato e il recupero delle nostre memorie sono la mia modernità”.

La cantina con sede a Dolcè in provincia di Verona nel descrivere il progetto racconta come “dagli anni ’80 stiamo ricercando e investendo su alcune varietà ancestrali: il vigneto Conservatoria ne ospita 13, tra le centinaia ormai scomparse” e alcune di esse sono tornate in produzione.

Questo piccolo vigneto “curato come un giardino proprio all’entrata della nostra azienda” non a caso “accoglie il visitatore”, come simbolo di orgoglio per una tradizione secolare di famiglia iniziata nel 1607.

Le varietà di vite in via di estinzione in esso presenti “fino a qualche decennio fa costituivano per buona parte il patrimonio viticolo della Valle dell’Adige”, in una splendida area di confine divisa tra Veneto e Trentino.

E’ tale la consapevolezza dell’importanza divulgativa di questo vigneto sperimentale che Armani lo ha tradotto pure in “un vero e proprio percorso didattico, aperto ai visitatori presso la nostra cantina di Dolcè”, perché “è bello condividere ciò che più ci appassiona: custodire le viti che raccontano la storia e l’anima di questa terra”.

Il progetto produce per adesso vini rossi, come il Foja Tonda, nome dialettale del Casetta per indicare la foglia rotonda di un’uva a bacca nera autoctona “coltivata da tempo immemorabile in Valdadige tra le province di Verona e Trento”. Si narra come “la Foja Tonda scomparve gradualmente fino a quasi estinguersi” perché “il mercato privilegiava altri vitigni più prolifici”, ma “fortunatamente Albino Armani la riscoprì negli anni ’80” e “il team di enologi è ancora impegnato nella ricerca legata al miglioramento genetico di questo antico vitigno”.

Intanto già oggi la Foja Tonda è considerata da Armani “il simbolo della nostra azienda “.
Si tratta infatti di una referenza ormai consolidata per la cantina, la quale del Foja Tonda ha in bottiglia più di 30 annate “splendidamente conservate: si dimostra un vino dal potenziale immenso e sarebbe stato assurdo perderlo per sempre”.

L’originalità del vitigno, una volta tradotta in vino, si traduce in personalità organolettica, a partire da profumi speziati (chiodi di garofano) intrecciati con il tabacco dolce dominicano e sapori di mora di rovo, prugna, mirtillo e marasca.
Sorprende il grande equilibrio tra acidità e tannini accostato a un sorso rustico e selvaticamente indomito.

Rappresenta un monumento alla felice interazione tra Uomo e Natura la Nera dei Baisi, un’uva “di cui siamo gli unici detentori” afferma con motivato orgoglio Armani, recuperata dall’ultima vigna sopravvissuta avventurosamente “trovata appesa a un balcone” nella piccola frazione di Baisi nel comune di Terragnolo in Trentino”: “questo vitigno ci ha dato ottimi risultati in termini di profilo aromatico durante le microvinificazioni effettuate in collaborazione con l’Istituto di Ricerca di San Michele all’Adige, in Trentino”.

Secondo alcuni studiosi si tratterebbe di un incrocio tra la vite europea e quella americana ottenuto dall’agronomo francese Albert Seibel nel periodo in cui la ricerca era impegnata a contrastare la fillossera tra XIX e XX secolo: per la sua struttura biologica oggi viene ritenuto un precursore delle varietà resistenti.
Al naso arrivano i frutti di bosco e l’atmosfera silvestre, in bocca invece appaiono susina rossa, fragola, ciliegia, rabarbaro, pepe e liquirizia.
Impressionano la morbidezza e l’assenza di asperità, malgrado il suo carattere tumultuoso da vino d’altri tempi.

Il Foja Zicolà semanticamente è ancora una volta tratto dal dialetto e indica la varietà Enantio o Lambrusco a Foglia frastagliata, coltivata nella zona di produzione di Borghetto in Vallagarina, Trentino.
Con autentico colpo di classe intellettuale, è vinificato in rosato, come avvenuto in passato, infatti “per oltre cento anni i nostri anziani hanno lavorato in questa vigna, sopravvissuta a inondazioni, fillossera e due guerre mondiali”, tanto che oggi “evoca pause di riposo dal lavoro in vigna, è gioioso e rinfrescante: un vino tradizionale presentato in chiave moderna, che conserva un patrimonio enologico unico e irripetibile”.

Qui colpisce anche il dato cromatico, un favoloso rosa antico con screziature ambrate che risulta lucido e riflettente in superficie, opalescente nel cuore.
Il bouquet è un’esplosione floreale con in evidenza la rosa, mentre al palato sviluppa lampone, corbezzolo, papaya, ribes rosso e carruba, con una sublime nota d’arancia tarocco.
Il finale ascende all’amabilità, prestandosi alla meditazione.

Ulteriori dettagli ci sono offerti con dovizia di particolari da Federico Armani nel video che segue.
Info: https://www.albinoarmani.com/territori/
Distribuzione: https://www.propostavini.com/produttori/produttore/albino-armani-viticoltori-dal-1607-trentino/