Villa Dora, vini “figli del Vesuvio” da uve storiche millenarie risalenti agli antichi Greci

Storia millenaria e orgoglio moderno che si fondono in un’ode alla potenza concreta quanto evocativa del Vesuvio nel contribuire a creare un ambiente vitivinicolo dal fascino unico come le espressioni organolettiche cui dà vita, creando una mirabile osmosi di Uomo e Territorio…

… la cantina Villa Dora è fortemente credibile nel trasmettere tali valori, attraverso un lavoro scrupoloso e ispirato nell’area di Terzigno in provincia di Napoli, dove porta nella contemporaneità un emozionante ordito di tradizione e sapienza antica.

Il distributore Proposta Vini che la sostiene da anni definisce la cantina “un’oasi di biodiversità alle falde del Vesuvio che attira ospiti internazionali, nata nel 1997 ad opera di Vincenzo e gestita dall’intera famiglia Ambrosio: è stata una delle prime ad ottenere l’appellativo di biologico nella produzione dell’uva e delle olive, requisito fondamentale per garantire un ulteriore marchio di qualità ai prodotti”…

… mentre “le viti, settantenni e a piede franco, per la maggior parte a pergola vesuviana, circondano la cantina scavata nella roccia vulcanica”.

Da Villa Dora rispondono dichiarando che “ci sentiamo figli del Vesuvio e lo rispettiamo come lui rispetta noi”, una “paternità vulcanica” votata al rispetto come “segreto della longevità” con cui sono connessi i prodotti della cantina.

La filosofia è chiara: “da sempre abbiamo cercato di trasmettere che l’abilità del bravo vignaiolo è quella di dare il massimo durante la coltivazione, mentre l’abilità del bravo cantiniere è quella di intervenire il meno possibile; solo in questo modo un vino così fortemente influenzato dal suo territorio può essere valorizzato al massimo”…

… infatti “i nostri vini lasciano la cantina solo dopo un completo affinamento in vetro, dando significato a tutto il processo, dalla coltivazione alla vinificazione, con lunghe macerazioni e frequenti bâtonnage, per creare i nostri vini distintivi e altamente ricercati”.

I vigneti sono estesi su 12 ettari “alle pendici di una delle forze naturali più potenti al mondo, a un’altitudine di 250-300 metri sul livello del mare: qui, godiamo di un clima soleggiato e ventilato, grazie al perfetto equilibrio climatico creato dall’imponenza del vulcano Vesuvio, il più famoso del mondo, la cui attività millenaria ha lasciato un’impronta unica su tutto il territorio”.

Vigneti che sorgono “su terreni formati dalle eruzioni vulcaniche, composti da una miscela di cenere e lapilli, conferendo loro un’identità distintiva: coltiviamo vitigni storici come il Piedirosso, l’Aglianico, il Caprettone, la Catalanesca e la Falanghina che risalgono all’arrivo dei Greci in Italia; con queste varietà produciamo il celebre Lacryma Christi del Vesuvio, un vino con una storia millenaria che è diventato leggendario nel corso del tempo”.

Sotto queste vigne a pergola vesuviana scorre lava ardente, la quale nel corso del tempo ha plasmato il terreno quale “risultato del susseguirsi delle eruzioni vulcaniche”, mentre l’intervento dell’Uomo ha fatto in modo di ricavare aree utili alla viticoltura con il livellamento “per rendere coltivabile la schiuma di lava mista a lapilli, le rocce laviche del nostro Vesuvio”.

Il processo di vinificazione contempla la cantina sottostante all’antica villa di famiglia che “unisce l’alta tecnologia francese e la storia della viticoltura vesuviana” su tre livelli.

Trasuda storia il Lacryma Christi del Vesuvio Bianco che intreccia Coda di Volpe e Falanghina da vigne talmente remote da avere meritato l’inserimento nel progetto sui Vini Franchi del distributore Proposta Vini (https://www.propostavini.com/

E’ parecchio seducente il suo bouquet di frutta esotica, così come il corredo sensoriale che mette insieme limone, ananas, mandarino e litchi.
Spiccatamente sapido, effetto di una mineralità esplosiva come la sua freschezza, nel finale si arricchisce di uno spunto erbaceo che crea complessità e ne amplifica l’impronta aromatica.

Da assaporare in purezza un autoctono raro e prezioso come il Caprettone del Vesuvio coltivato su terreno vulcanico (cenere e lapilli), il quale sfocia nel Vesuvite caratterizzato da straordinari profumi di frutta a polpa bianca e agrumi, mentre in bocca sviluppa pesca, avocado, alchechengi, yuzu e ruta.
Sapido, dall’intensa acidità, conquista con un retrogusto dolce smorzato da spunti erbacei, tutto armonizzato in un sorso cremoso.
Finale ricco di sfumature in cui si incontrano anime amabili e amaricanti, rendendolo molto versatile a tavola, dove brilla su pesce, carni bianche e formaggi freschi.

Incontriamo ancora un favoloso autoctono con la Catalanesca del Monte Somma che nel Gelsobianco produce all’olfatto frutta esotica e al palato pera, mango, limone sfusato e susina gialla.
Anche qui la sapidità è molto presente, così come l’amaricante annidato in guisa di sottofondo dal quale zampillano picchi agrumati e zuccherini.
Chiusura resa irresistibile da un cenno di aspro che alimenta la beva.

Cambiando colore di bacca, un ennesimo viaggio nella storia parte con il Lacryma Christi del Vesuvio Rosso che assembla due simboli enoici del territorio come Piedirosso ed Aglianico, entrambi franchi di piede e quindi anch’essi inseriti da Proposta Vini nel citato progetto Vini Franchi.
Il naso qui riconosce il muschio nel bel mezzo di un’atmosfera silvestre, così come tra i sapori si individuano gelso nero, sorbo, amarena sotto spirito e cotognata.
Si parte da un approccio folgorante per la potenza di zuccheri e tannini, per assistere così all’emersione di un carattere imponente sul quale interviene l’acidità per donare eleganza a una beva sontuosa.
Colpisce tanto spessore a fronte di un modesto tenore alcolico (12,5%).
L’ossigenazione lo ammorbidisce rendendolo irresistibilmente suadente.

Tornando agli autoctoni in purezza, possiamo gustare il Piedirosso nel Labes il cui bouquet trasmette sottobosco e spezie, mentre il palato cattura prugna, mirtillo, barbabietola, cardamomo, fico dottato e cioccolato fondente.
L’acidità mette in moto un prisma di sensazioni che lo rendono originale e ghiotto al tempo stesso.
Il robusto finale procede deciso verso l’amabilità.

C’è spazio ancora per la prodezza enologica del Pompeiano Rosato chiamato Gelsorosa che presenta una stuzzicante versione del Piedirosso dal raffinato cromatismo capace di evocare la buccia di cipolla ramata, mentre i profumi parlano di lampone e i sapori di fragola, ribes bianco, papaya e mandarino tardivo.
Fibrillante la mineralità nell’abbrivio, insieme alla consueta acidità e un’improvvisa svolta zuccherina tutta da godere.
Magnifico su carni bianche e salse saporite.

Ci sono ancora altri elementi da aggiungere alla narrazione di questa suggestiva realtà: ce li offre Vincenzo Orabona nel video successivo.
Info: https://www.cantinevilladora.com/
Distribuzione: https://www.propostavini.com/produttori/produttore/villa-dora/