Tacchino, vini “vivi” dell’Alto Monferrato piemontese dalla tradizione di una cantina familiare

Un’azienda agricola che si presenta sul proprio sito ufficiale affermando che “il vino è vivo” testimonia una visione capace di sublimare il dato apodittico per ascendere alla sublimazione bucolica dell’impegno quotidiano, manifestando in maniera epidermica l’entusiasmo nel proseguire una lunga conduzione familiare nel rispetto delle peculiarità distintive del proprio territorio, quell’Alto Monferrato definito “terra impavida della regione Piemonte” dalla cantina Tacchino che vi opera in quel di Castelletto d’Orba, in provincia di Alessandria.

Oggi sono Romina e Alessio a proseguire con amore e competenza una produzione vinicola d’eccellenza frutto di una lunga tradizione di famiglia…

… consapevoli dell’importanza di radici che “affondano profonde in tre generazioni di storia”, infatti custodiscono “la fiamma della passione accesa dal nonno Carletto e alimentata dal papà Luigi”…

… avi dai quali “abbiamo ereditato una saggezza antica: custodire il vino con la stessa tenerezza che si riserva a un figlio, perché il vino non è semplice materia, è spirito vivo: nasce dalla terra, respira nel tempo, evolve e matura”…

… quindi “soltanto una dedizione assoluta permette alla sua anima di sbocciare pienamente, trasformando la nostra cura in emozione pura, in una sinfonia di sfumature che danzano tra corpo, gusto e profumo”.

I gestori sono consapevoli di avere tra le mani un posto di rilievo in quel Monferrato “da sempre una delle grandi patrie del vino, dove i vigneti, nelle esposizioni e nelle terre migliori, si alternano a boschi lussureggianti”…

… e in quest’abbraccio il “rispetto per il passato sposa l’innovazione”, come accade con “le nostre perle storiche: il Gavi, il Dolcetto, la Barbera… raccontano chi siamo, mentre nuove creazioni nascono dall’amore sapiente per queste colline, scrivendo il futuro di una terra generosa”.

Nel narrare le emozioni della degustazione dei prodotti dell’azienda, ci sembra indifferibile partire da una pietra angolare del Barbera del Monferrato, un capolavoro chiamato Albarola che conquista già al primo sguardo con quei magnifici riflessi violacei irradiati intorno a un cuore cromatico granata, seduzione capace di proseguire al naso dove si ha la sensazione di essere trascinati nel sottobosco di provenienza, prima che il palato venga rapito da gelso nero, prugna, melagrana, succo di mirtillo e amarena sotto spirito.
Dal carattere imperioso che confluisce in un corpo spesso, concentra l’eleganza in un sorso cremoso e carezzevole, esaltato da un’impronta zuccherina che si impone fin dal primo approccio dominando il tannino, mentre si impreziosisce di note speziate, con l’intervento di una sublime acidità che spande golosità in manera generosa.
Finale carico di frutta e dolcezza, tale da avvicinarlo alla meditazione, sempre all’insegna di una beva entusiasmante.
Provato nelle due annate del 2014 e 2016, mantiene una stabilità proverbiale offrendo al tempo stesso sfumature cangianti da cogliere istante per istante, rivelando nella versione più giovane un fruttato più deciso alla stessa maniera della densità del corpo.

Per andare alla base dell’espressione territoriale del vitigno, è imperdibile un passaggio dal Barbera Monferrato affinato soltanto in acciaio e vetro, mentre la referenza precedente si irrobustisce in tonneaux da 500 litri per un periodo variabile alla seconda dell’annata.
Ne scaturisce una freschezza di impressionante ricchezza espressiva, fin dal bouquet che si arricchisce di tutte le varietà di frutti rossi, per giungere in bocca con suggerimenti di lampone, liquirizia, mirtillo, ribes rosso, visciola, mentre tra le spezie si evidenzia il pepe del Sichuan.
Il tannino si ingentilisce ancora di più portando l’acidità a un minore sforzo per raggiungere uno splendido equilibrio organolettico.

Altro classico ampelografico della casa è il Dolcetto d’Ovada, da celebrare nella versione superiore con il monumentale Du Riva, ricco di profumi che richiamano i vini fortificati e perfino lo cherry, prima di strabiliare il gusto con riferimenti alla ciliegia Bella di Garbagna e al Ramassin, insieme a suggestioni di corbezzolo, karkadè e cotognata.
Dominato anche in questo caso da intensa acidità, proprio tale aspetto equilibra la possenza della sua impronta zuccherina.
Finale indirizzato verro l’amabilità, con ritorno ancora ai vini da meditazione.
Semplicemente favoloso.

Per andare alle origini identitarie, preziosa la prova dell’altro Dolcetto d’Ovada più basico la cui maturazione tra vasca inox e bottiglie permette di mantenere intatte tutte le istanze sensoriali del frutto, portando sorprendenti nuance floreali al naso e incantando le papille con mora di rovo, susina rossa, marasca, fino a un curioso ma incantevole tocco di tè pu-her che aggiunge un piacevole tocco terroso.

Ci piace infine rivolgere un plauso alla riuscita prova con le bollicine rappresentata dal Cortese Frizzante Trivolì, altra uva gloriosa della zona, qui portata alle vette della gradevolezza grazie a profumi lievemente esotici e sapori di limone, pera Madernassa, olivello spinoso e alchechengi.
Le bollicine sono rarefatte alla vista ma si percepiscono in maniera chiara e vellicante sulla lingua, esaltando una freschezza costante e la grande complessità che con eleganza intreccia dolce, aspro e amaricante.
Nel finale la spunta l’afflato zuccherino, portando in dote ghiottoneria.

Lasciamo adesso la parola a Romina Tacchino nel video che trovate qui di seguito.
Info: https://www.luigitacchino.it/
Distribuzione: https://www.propostavini.com/produttori/produttore/tacchino/