Le plastiche storiche del museo Plart di Napoli: cultura, scienza, arte, design, ricerca e società

Un progetto di impressionante valore culturale scaturito da una brillantissima pionieristica visione della centralità di un materiale nella definizione del nostro tempo, liberandolo dalla semplificazione del manicheismo per restituirlo alla complessità di una doverosa analisi epistemologica, compiendo un atto di prodigiosa illuminazione e al tempo stesso offrendo un contributo di enorme rilievo alla divulgazione scientifica: è quanto offre il museo Plart di Napoli in via Giuseppe Martucci 48, impegnato con il supporto dell’omonima Fondazione a riunire un prezioso compendio di plastiche storiche tra i più significativi al mondo non soltanto per esporlo ma anche al fine di studiarlo in ogni aspetto, dalla composizione dei materiali al loro impiego, passando per il contributo allo sviluppo del design e approdando all’influenza in ambito socio-antropologico.

Nel presentarsi questo tempio della missione pedagogica accostata alla gioia dello sguardo dichiara di possedere “una delle collezioni di plastiche storiche più organiche al mondo, frutto della donazione dei fondatori Maria Pia Incutti e Salvatore Paliotto”, aggiungendo che “gli oltre 2.000 oggetti che la compongono sono il risultato di un paziente e attento lavoro di scouting condotto da Maria Pia Incutti, soprattutto tra gli anni Settanta e Novanta, nei negozi di modernariato, nei mercatini e nelle aste di tutto il mondo”.

E’ la stessa Maria Pia Incutti, anima della struttura, a legare la collezione della Fondazione Plart a “varie fasi della mia vita ed è nata soprattutto dal desiderio di archiviare, raccogliere oggetti in plastica che riflettessero, in qualche maniera, un’idea di moderno, di nuovo che avanza”; viene quindi affermato come “la linea culturale che stiamo cercando di tracciare, si muove attorno a due polarità fortemente connesse tra loro: la conservazione della collezione di plastiche storiche e la proiezione dei materiali polimerici nella cultura del nostro tempo”, da cui sgorgano “una costante attività di laboratorio sulle problematiche della conservazione e del restauro e una generale attenzione per le nuove espressioni del design sperimentale e della creatività sostenibile”.

Così “accanto ad opere di importanti artisti e designer contemporanei italiani e internazionali del calibro di Tony Cragg, Haim Steinbach, Peter Ghyczy, Riccardo Dalisi, Andrea Branzi, Enrico Baj e Ugo La Pietra, il cuore della raccolta è rappresentato da una selezione curiosa e raffinata di oggetti di design anonimo che raccontano la storia di questo variegato e duttile materiale dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri: borse, gioielli, arredi, utensili comuni, elettrodomestici, giocattoli e apparecchi radio, realizzati in bois durci, celluloide, acrilico, resina fenolica, polietilene, polistirene, pvc, abs e altri polimeri sintetici”, i quali tracciano “un’approfondita analisi dell’evoluzione del gusto popolare nel corso di due secoli” e, come scritto da Renato De Fusco nel 2014, la collezione “consente di stabilire rapporti e relazioni fruttuose, dal punto di vista storico-critico, fra ambiti apparentemente distanti: l’artigianato e l’arte da un lato, la produzione industriale dall’altro”.

Straordinario il valore artistico delle opere esposte, firmate da maestri di notevole apertura mentale capaci di individuare nelle materie plastiche una formidabile chiave di lettura creativa del presente.
Durante la nostra visita siamo stati accolti da Crown jewels di Tony Cragg che nel 1981 sintetizza una contraddizione contemporanea componendo il simbolo della più elitaria delle istituzioni, la monarchia…

… componendone però i contorni con il più vile dei materiali, la spazzatura, utilizzando rifiuti in plastica, assumendo i toni di una dichiarazione d’intenti per il museo, non priva di salutare provocazione ed efficace ironia.

Emoziona le sinapsi poi il passaggio sotto la monumentalità dell’Apollo e Dafne reloaded di Mario Coppola (2017) le cui pungenti forme si stagliano sulla vicina sentenza di Albert Einstein “l’immaginazione è più importante della conoscenza” che echeggia anticonformismo alle spalle della scultura.

Ad appassionare sono anche le opere d’arte ancora visibile testimonianza della mostra A.I. design. Intelligenza Artificiale creativa. Design generativo immersivo, sorprendente nel suo cogliere lo Zeitgeist in divenire…

… in cui emerge la capacità dell’oggetto funzionale di assumere il senso della profondità speculativa, come in Egero, tavolo da pranzo in legno multistrato di pioppo e betulla inciso e verniciato, dal talento di Mario Coppola…

… il quale firma pure Ankh, cache pot di amido di mais e scarti organici stampati in 3D, autentica ipotesi di futuro.

E’ il prologo, magnifico, a una collezione permanente che a rotazione fissa un’impareggiabile storia di composizioni plastiche capaci di assolvere compiti dettati dalla quotidianità mentre al tempo stesso determinano l’estetica del momento…

… ribellandosi alla banalità dell’uso strumentale in fieri per ergersi a topos epico, riuscendo perfino nell’impresa di sublimare l’effetto nostalgia per giungere all’invito rivolto al visitatore di trovare dentro il proprio vissuto la mitologia del tempo passato…

… mentre l’osservazione trascende in vertigine cognitiva trascinata dalle vorticose forme delle teche tese con le loro scattanti forme sinuose e creare abbandono ipnotico nel visitatore.

Una volta sfuggiti al rapimento dell’allestimento, ci si rifugia in aree di forte e pensata compattezza che ospitano filmati e installazioni multimediali immersive, come la saletta in cui è piacevole porsi nello stato d’animo del discente curioso…

… o la raffigurazione spettacolare dell’ambito che indaga Il secolo della plastica, tra costruzioni scenografiche collimanti con l’onirico…

… ricorso ai più avanzati dispositivi tecnologici per l’effettistica…

… impiego suggestivo del lettering…

… fino a indurre entusiasmo con il sapiente uso di cromatismi fluo cari al NeoPop(art) in osmosi con esplosioni di infografica e attualizzazione del collage metafisico.

Si comprende perfettamente quindi l’importanza assunta da questa realtà in ambito mondiale, sancita anche da diversi riconoscimenti istituzionali: dalla Regione Campania che lo ha accolto come Museo di interesse regionale fino al suo ingresso nella rete dei Giacimenti del Design Italiano istituita dalla Triennale di Milano – Museo del Design “con l’obiettivo di far emergere e rappresentare questa realtà che costituisce il valore principale del sistema italiano del design”, mentre dal 2020 “fa parte dei Luoghi del Contemporaneo, progetto promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiBACT per la mappatura e la promozione della rete dei luoghi dell’arte contemporanea in Italia”.
Certamente l’anima più moderna e avanzata dalla civiltà napoletana, fondamentale da conoscere se si vuole acquisire la più ampia panoramica possibile della vitalità intellettuale del capoluogo campano.
Info: https://fondazioneplart.it/