Museo di Striscia la Notizia a Mediaset, gioiello espositivo e bene culturale di grande originalità

Un capolavoro espositivo di stupefacente modernità pari alla sua brillante complessità concettuale e strutturale, tanto da riuscire nell’impresa di tradurre la caducità dell’emissione televisiva in solido pragmatismo epistemologico, offrendo uno straordinario contributo alla conoscenza nell’atto stesso di rendere onore a un caposaldo della storia della comunicazione in Italia: il Museo di Striscia la Notizia collocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese nella città metropolitana di Milano è il racconto fedele e appassionante del programma televisivo ritenuto da più parti come il più importante e influente dell’era moderna, per la genialità di Antonio Ricci nel concepirlo unitamente alla rarissima dote di incidere sul nostro Tempo e alla potenza unica di fissarsi nell’immaginario di tutti, assumendo l’importanza di una vera espressione della nostra Cultura.
La curatela è stata affidata a Vittoria Ricci che in seguito a lunghe riflessioni e profondi studi di settore è riuscita a trasferire una vibrante originalità all’esposizione nel suo complesso e in ogni dettaglio, creando un Bene Culturale colossale come la personalità della trasmissione descritta, creando una delle realtà più originali del panorama museale.

Tutto questo conseguito con equilibrio e raffinatezza, evitando con grandissima classe la tentazione di erigere un autocelebrativo “monumento più duraturo del bronzo” come l’aere perennius delle Odi di Orazio, scegliendo invece la strada dell’analisi severa dell’operato del fenomeno protagonista dell’allestimento, all’insegna di una sincerità inoppugnabile unita al rigore scientifico di dati oggettivi incontrovertibili.
Strumenti ontologici per nulla scalfiti nel loro essere ricondotti a una goliardia colta dalle profonde radici nel Pensiero occidentale, attualizzando un ideale percorso sulla nobilitazione della risata che parte dalla commedia antica del teatro greco di Aristofane per arrivare alle indagini psicologiche di Pirandello, facendo di Antonio Ricci al contempo il massimo codificatore dell’umorismo televisivo e il più lucido innovatore del sorriso colto di oggi.
Presentato come “prima e unica esposizione permanente al mondo dedicata a un programma televisivo”, primato già di per sé indicatore di un livello superiore di visione intellettuale e lungimiranza analitica senza pari a livello internazionale, il museo si prefigge infatti di enunciare la storia del tg satirico di Antonio Ricci e la sua incidenza anche fuori dal piccolo schermo.
La visita al museo parte molto prima dell’ingresso nell’edifico che lo ospita, poiché la sua contestualizzazione spaziale induce l’osservatore a una visione poliprospettica che cambia in base alla propria posizione e al movimento verso la sede espositiva, sottoponendo lo sguardo a una sorta di anaclasi, dove la rifrazione mutante non riguarda soltanto la luce come fenomeno fisico ma anche la capacità di comprensione quale manifestazione cerebrale.
In questo modo una prima visione, lontana e dall’alto, individua il palazzo del museo come un tempio quasi neolitico che si staglia al centro di un villaggio mediatico, una sacralità subito diluita in empatia dalla forma della struttura, chiaramente ispirata al mondo circense delle origini, come fosse memore dell’entusiasmo di Phineas Taylor Barnum nel proporre un’idea di intrattenimento tanto destabilizzante quanto rivoluzionaria in cui l’orrore quotidiano viene mondato a favore di un divertimento ecumenico associato a una sferzante lettura della società.
Intanto nei viali di Mediaset il processo di avvicinamento fisico al museo da parte dell’osservatore assume il fascino di una carrellata cinematografica, il cui punto focale è il tendone cementificato che accoglie anche l’esposizione, pronto a ricevere il visitatore con una sineddoche così necessaria da risultare amabilmente tautologica, condensata in un Tapiro d’Oro dalle proporzioni enormi pronto a offrirsi quale simbolo della trasmissione, al tempo stesso abrasivo ostensorio atto a corrodere i frusti rituali dell’informazione corrotta ma anche consapevole catalizzatore di selfie del pubblico fisico della trasmissione.

Alle spalle del Tapiro gigante si nota intanto un’onda montante la cui forma circonvessa è dominata da una cresta spumeggiante che sembra volere inghiottire il pubblico come fosse su una battigia, segno premonitore del coinvolgimento epidermico dei visitatori in un flusso ininterrotto di splendida street art, la quale parte dall’esterno rivelando subito l’alta considerazione di Striscia per i più arguti comics contemporanei…

… per proseguire quasi ininterrottamente fin dentro il palazzo dell’allestimento, portando esuberanza cromatica fino a uffici, camerini e stanze di lavoro tecnico, definendo così i parametri di un intero mondo creativo e allo stesso modo caratterizzando un autentico eco-sistema del buonumore intelligente.
Si tratta della più clamorosa intuizione di Vittoria Ricci, la cui creatività priva di vincoli ha portato a concepire un superamento di ogni limite possibile, materiale (non ci sono ambienti che si susseguono ma capitoli alla stregua di un albo disegnato), metaforico (la creatività non ha compartimenti stagni), filosofia (volontà di raffigurare L’evoluzione creatrice di Bergson), senza dimenticare l’esortazione di Nietzsche a giustificare il mondo come fenomeno estetico considerando l’arte quale vetta delle potenzialità dell’umano.
A dare sostanza figurativa a tanta virtuosa complessità è l’artista Lapo Fatai, nome di punta nell’ambito di graffitismo e writing, qui chiamato al confronto con la cultura popolare, affrontato nel migliore dei modi attraverso un approccio sinestesico che intreccia fumetto e irriverenza colta duchampiana, irradiando purezza infantile alla Keith Haring e omaggiando sottotraccia la Pop Art (vedi Roy Lichtenstein), ma si tratta soltanto di radici teoriche per un talento di estrema originalità che la citazione la usa come gioco consapevole, distribuendola lungo il perimetro da lui affrescato.

La forte personalità dell’allestimento si coglie anche dalla scelta di distribuire lo storytelling tra interno ed esterno, usando ogni elemento fisico come area espositiva.
Nella sezione en plein air la fantasia, disponendo di generosa metratura, si scatena tra installazioni monumentali (una merdina enorme), reperti tra i più ingombranti (un mezzo brandizzato di Capitan Ventosa)…

… una sagoma di tapiro che raccoglie i volti di tutti i conduttori che si sono alternati al tavolo della trasmissione, perfino chi c’è arrivato per un solo giorno e per caso come il fratello di Iacchetti…

… fino a una statua del Gabibbo a dimensione reale interamente realizzata con 65.000 mattoncini Lego in 200 ore di lavorazione seguite a 50 ore di progettazione, 140 chilogrammi di pazienza degni di qualunque museo del design al mondo.

Tutto questo su una superficie ulteriormente nobilitata dalla dedica all’indimenticabile Gianfranco D’Angelo, storico primo conduttore di Striscia, quale intestatario di un’ideale piazza catodica.

Il passaggio da esterno a interno avviene nel segno del monito “il dubbio è il padre di Striscia”, dichiarazione d’intenti della quale l’esposizione interna è dettagliata applicazione…

… ancora una volta con un abbagliante lampo di inventiva che ti folgora appena messo piede al coperto, un muro di 1690 monitor tutti accesi e funzionanti che trasmettono vecchie puntate, riproponendo con altre dimensioni uno spunto apprezzato in una prestigiosa mostra su Striscia la Notizia allestita alla Triennale di Milano nel 2007 capace di registrare oltre 50.000 visitatori.
Qui si sublima la funzione del ledwall per ascendere a un’idea di affresco futuribile, come fosse l’inevitabile approdo evolutivo dopo mezzo secolo della Candle Tv di Nam June Paik in cui alla luce incerta e basculante di una candela si sostituisce la certezza dell’illuminazione nel cercare la verità più oggettiva possibile per mezzo dei servizi di Striscia, mentre sui minuscoli schermi baluginano schegge del passato riproponendo puntaste storiche, tra momenti topici ed episodi memorabili in guisa di luminescenti tessere d’un mosaico atte a comporre un’epica dell’informazione televisiva non allineata avviluppata da una strepitosa comicità controcorrente, finendo col rappresentare il più libero (e ahinoi fedele) spaccato del Paese.

Alle teche è invece affidato il compito di riassumere l’epopea di Striscia con criterio archeologico, affidando a ogni reperto il compito di detonatore di una narrazione, dai diorami delle scenografie iniziali della trasmissione…

… ai tanti oggetti usati per i servizi, spesso dispositivi tecnologici indispensabili per compiere scoop leggendari…

… ma anche documenti che dimostrano l’influenza socio-culturale del programma e del suo inventore, tra libri che li celebrano e il ricordo delle lezioni tenute da Antonio Ricci alla Sorbona di Parigi…

… attribuendo il giusto peso a memorabilia…

… iniziative benefiche e studi universitari…

… quindi l’illuminante totem che raccoglie tutte le denunce ricevute da Striscia per le sue coraggiose investigazioni…

… e la corrosiva risposta ai giornali di De Benedetti che accusavano la trasmissione di usare la bellezza delle veline, quando a loro volta pubblicavano ripetutamente corpi femminili anche senza veli sulle copertine delle proprie riviste, altra ipocrisia messa a nudo dalla trasmissione.

Durante le accuratissime e generose visite guidate vengono ribaditi numeri ed eventi che rendono Striscia un fenomeno mediatico di inarrivabile importanza, a partire dai tanti record riguardanti aspetti come la longevità (riconosciuti pure dal Guinness World Records), ma anche inchieste e scoop che hanno avuto conseguenze concrete nella vita reale, con effetti sulla politica (compresa la fondazione di un Partito del Gabibbo e la caduta di un governo), l’economia (per la Bocconi grazie alle denunce di Striscia lo Stato ha recuperato dal 1992 al 2010 ben 7 miliardi e 800 milioni di euro), la lotta al malaffare (innumerevoli gli attentati subiti dagli inviati, ma anche dallo stesso Ricci destinatario di un pacco bomba), oltre alla palese influenza sull’opinione pubblica.

Per i visitatori si aggiunge anche l’aspetto esperienziale, grazie all’opportunità di provare in prima persona il funzionamento della tecnica televisiva del chroma key e la possibilità di documentare fotograficamente il momento in cui ci si immerge in questo effetto speciale.

Sono soltanto gli highlights di un patrimonio molto più ricco e pregiato, un florilegio di lezioni su ideazione, gestione e promozione di una struttura museale, dalla valorizzazione di ambienti altrimenti privi di ragioni attrattive all’uso sapiente dell’illuminotecnica tesa a ricreare l’atmosfera gioiosa della trasmissione, quasi fosse una cristallizzazione del divenire televisivo, la quale, nel fissare l’attimo di una messa in onda, magnifica le doti di chi ha reso Striscia la Notizia un’opera frutto di ingegno siderale, comprendendo i professionisti guidati da Ricci in ogni ambito, dalla regia agli autori, passando per produzione, conduzione, editing, redazione e ogni settore tecnico, tra scene, costumi, trucco e gli addetti al pubblico.
Rimane da sottolineare l’immenso valore didattico di una vista a questo museo, grazie alla quale si apprende tantissimo della macchina televisiva, attuando anche una pedagogia del presente che riesce a stimolare nell’osservatore riflessioni inedite con la forza di mettere in discussione persuasioni radicate, stimolando il citato dubbio con nuova salvifica impostazione.
Un cambio di prospettiva mutuato dai visitatori, il quale pur nascendo per partenogenesi muta presto in convinzione endogena, determinando quell’apertura mentale che rappresenta il dono più grande del Sapere, lo stesso offerto da Striscia la Notizia ai suoi spettatori per decenni, contribuendo come nessun altro epigono all’evoluzione di una coscienza collettiva.