Tenuta Santi Giacomo e Filippo, vini marchigiani da un’oasi faunistica del Montefeltro (Pesaro e Urbino)

Nasce sulle robuste basi di una ricca storia familiare che il territorio intreccia a quelle prestigiose di un passato storico glorioso la composita realtà della Tenuta Santi Giacomo e Filippo, capace di riunire in località Pantiere in provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche un prodigio di complessità formato da istanze intellettuali e sensibilità d’animo capaci di cogliere in pieno tutte le sfumature di un’area di immenso fascino come il Montefeltro, ponendo i suoi vini al centro di un racconto avvincente ed esemplare.

Il primo messaggio che l’Azienda Agricola della Tenuta Santi Giacomo e Filippo ci tiene a veicolare è l’impegno nel coltivare “biodiversità nelle campagne di Urbino lungo il corso del fiume Foglia, nella regione storica del Montefeltro” su “terreni di pregio situati all’interno dell’Oasi Faunistica La Badia coltivati in regime biologico dal 1997 certificati CCPB”.

Il vino così si trova al centro di una variegata produzione agricola che contempla pure “olio e miele provenienti da colture biologiche nel rispetto dei luoghi in cui si vive e si lavora, un’agricoltura che valorizza le qualità proprie della comunità locale e rinuncia allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali al fine di salvaguardare la fertilità del terreno, bandendo l’utilizzo di sostanze chimiche di sintesi per prediligere l’impiego di materiale organico”.

Vino che scaturisce da “quattordici ettari di vigneti dislocati tra 80 e 220 metri s.l.m. in un suolo di medio impasto, tra l’argilloso e il limoso” in cui le uve godono di felice esposizione, attenta gestione agronomica e impegno costante”.

In azienda studio e competenza sono elevati e ben praticati, infatti da essa nasce una felicissima definizione della cantina stessa come “un’officina vinaria”, intendendo “un luogo di operosità artigiana in cui non facciamo altro che agevolare i naturali processi fermentativi delle uve con studio, esperienza e grande rispetto della materia di lavorazione”, un lavoro “orientato a valorizzare le tipicità delle uve, ricorrendo esclusivamente a pratiche enologiche, logiche e mai invasive”.

Cantina inaugurata nel 2016 e da allora “luogo di sperimentazioni continue tramite l’ausilio di differenti tecniche e materiali di vinificazione: le botti d’acciaio si alternano ai tini di rovere, moderne autoclavi per la spumantizzazione fronteggiano anfore in terracotta di più antica concezione, nell’aria l’inebriante profumo del vino vivo avvolge l’ambiente, parzialmente ipogeo, e particolarmente atto alla vinificazione”…

… è qui che “ogni giorno lavoriamo duramente per dare forma alle cangianti espressioni del territorio, specchio di annate differenti, narrazioni di stagioni mutevoli”.

Di enorme importanza il contesto paesaggistico, in cui “le querce secolari cadenzano un percorso di seduzione sensoriale e la campana della trecentesca chiesa rurale dei Santi Giacomo e Filippo scandisce un tempo di lavoro antico, sacro all’uomo e rispettoso della terra”, dove “addomestichiamo col nostro impegno la varietà dell’intorno, prendendoci cura della nostra terra con rispetto e resilienza agricola perché qui “facciamo paesaggio facendoci paesaggio”.

In questo modo “la Tenuta oggi è una realtà polivalente che si compone di un albergo diffuso, antico borgo contadino della fine del ’700 che oggi ospita 33 camere ubicate in 6 edifici, un ristorante ospitato da un ex capanna per pescatori, un centro per il turismo equestre ed ovviamente l’azienda agricola che comprende altre colture ed altre produzioni oltre a quella vitivinicola, ma che vede nel vino un obiettivo in termini di qualità e di espressione di un territorio tutto da scoprire”.

Una realtà nata dalla “profonda volontà di realizzare un attento recupero conservativo, il quale ha riportato a nuova vita un territorio che fu luogo nel XV e XVI secolo di affermazione di una società mezzadrile”, eseguito nella convinzione che l’intervento dell’uomo possa (e debba) avere anche esiti virtuosi.

Senza dimenticare la valorizzazione della memoria del luogo, visto che esistono atti dell’Archivio di Stato di Urbino secondo i quali “una parte delle terre della Tenuta apparteneva alla nonna paterna di Raffaello Sanzio, Isabecta De Lominis, madre di Giovanni Santi” e “certa è anche la frequentazione di questi luoghi da parte dello stesso Raffaello Sanzio e del Duca di Montefeltro che qui aveva il suo casino di caccia”.

E’ un atto d’amore e riconoscenza che i vini della selezione della Tenuta portino i nomi dei nonni di Marianna e Alberto: BellAntonio e FortErcole “sono un sincero omaggio a chi ha permesso che tutto ciò potesse concretizzarsi”.

Il Bellantonio rappresenta a suo modo anche un esplicito e riuscitissimo omaggio alla viticoltura regionale, dato che si tratta di un bianco ricavato da uve di quell’Incrocio Bruni 54 frutto del lavoro proprio di un ampelografo marchigiano, Bruno Bruni che ne ha determinato la nascita nel 1936.
Nella versione della Tenuta profuma tanto di agrumi con qualche accenno esotico, mentre al palato dona limone, Mela rosa dei Monti Sibillini, Pera Angelica di Serrungarina, ma anche note di banana e chinotto.
Freschezza e mineralità ne amplificano la personalità originale, rappresentando un perfetto omaggio a quel nonno Antonio “brillante e deciso” tanto da essere “nostra ispirazione quotidiana”.

Il Fortercole è invece un rosso che manifesta l’idea di Sangiovese marchigiano della tenuta, un Grosso in purezza lavorato in botte di quercia che assume personalità fin dal cromatismo di un particolare spessore, scuro e impenetrabile al centro mentre tutt’intorno riluce con riflessi granata, mantenendo un’aura magmatica che sembra evocare quel nonno Ercole per cui “il vino era affar serio, nessun acino era scontato” e ricordare tutte le “ore passate con Lui a sperimentare, attendere e assaggiare”.
Con il bouquet siamo in piena atmosfera silvestre irrorata di spezie e tabacco, con i sapori ci ritroviamo tra gelso nero, sorbo, mirtillo, rooibos, mostarda di fichi, olivello spinoso e un cenno di ruta.
All’approccio si rivela subito denso, quasi liquoroso, alla stregua di un vino fortificato, con gli aromi in evidenza insieme all’impronta zuccherina innervata da un tannino importante bilanciato però da una significativa acidità.
Nel finale si raggiunge un mirabile equilibrio pur in mezzo a una sublime turbolenta complessità.

Si passa così alla linea La Fogliola che parte dall’osservazione del corso del fiume Foglia che “per circa 8 chilometri disegna il confine ovest delle nostre terre con serpentine gorgheggianti, facendo curiosamente rassomigliare la nostra Tenuta vista dall’alto proprio ad una foglia di quercia, come quella che abbiamo raccolto dai nostri boschi per farne un calco da apporre in etichetta”, un corso fluviale determinante per l’identità della tenuta Santi Giacomo e Filippo, nella quale infatti “sono state rinvenute delle stele inneggianti proprio al fiume Foglia”, così abbiamo voluto “che i nostri vini a maggiore diffusione locale portassero il nome di questo importante elemento catalizzatore, perché ne racchiudono essenza e carattere e vogliono essere altrettanto portatori di vita e giovialità”; vinificati in bianco e in rosso “sono la nostra idea di territorialità messa in bottiglia”.

Il Fogliola rosso propone un’altra idea di Sangiovese delle Marche, vinificando in solo acciaio il Grosso all’85% accompagnato da altre varietà a bacca rossa, chiuso da un tappo a vite che sembra annunciare la messa a nudo delle sue caratteristiche organolettiche, come in effetti avviene con un fruttato delicato e sincero che al naso prende le essenze del sottobosco e in bocca quelle di mora di rova, ciliegia, corbezzolo e melagrana.
Grandissima beva, incoraggiata da assenza di asperità o estremismi tannici, è molto vocato a estesi abbinamenti gastronomici.

Il Fogliola Bianco compie un’elevatissima funzione didattica, diffondendo la conoscenza di una perla viticola marchigiana meritevole di ben maggiore fama, quale il meraviglioso Biancame, celebrato nella sua essenza con una vinificazione in acciaio e la sintomatica chiusura del tappo a vite.
Formidabile il suo corredo olfattivo floreale con il gelsomino in evidenza, mentre i gusti variano da mandarino a kiwi, passando per alchechengi e susina gialla.
Beva golosissima che alimenta la salivazione anche grazie alla mineralità, mentre un sorso in partenza denso viene snellito da una smagliante acidità.
Finale agrumato dall’esuberanza che conquista.

Tanta densità la si comprende maggiormente nel momento in cui si ha la possibilità di incontrare di persona Marianna Bruscoli, capace di dimostrare con raffinatezza espressiva che la ragguardevole estensione imprenditoriale della Tenuta non è desiderio di grandeur materiale, bensì frutto di autentica vivacità culturale e profondità umana, stimoli che la portano con il fratello a indagare ogni dettaglio del proprio eco-sistema antropico, al fine di curarlo e veicolarlo al massimo, mettendolo nelle condizioni, incidentalmente, anche di fare gioire chi si ritrova nel bicchiere i loro sforzi.
Per questo condividiamo con voi la possibilità di ascoltare Marianna Bruscoli nel video che segue.
Info: https://www.tenutasantigiacomoefilippo.it/cantina-bio-marche/
Distribuzione: https://www.propostavini.com/produttori/produttore/tenuta-santi-giacomo-e-filippo/